pons Sontii

pons Sontii

meno nuove

Le strade romane per la Pannonia rappresentavano un percorso estremamente importante di comunicazione tra area adriatica, area alpina (il Noricum) e quella danubiana.

Nel primo secolo a.C. fu tracciata la strada che collegava Aquileia a Nauporto, odierna Vhrnika, in Slovenia, ove le merci venivano scaricate dai carri e imbarcate su traghetti che poi avrebbero raggiunto destinazioni remote utilizzando le vie d’acqua della Sava e del Danubio.

Questa strada ricalca un preesistente itinerario preistorico che, attraversando la Selva di Piro (ad Pirum), scavallava i rilievi carsici e consentiva di tagliare notevolmente le percorrenze.

Punto di passaggio del fiume Isonzo era rappresentato dal Pons Sontii, nei pressi dell’attuale località di Mainizza. Da questo luogo, allontanandosi da Aquileia, la strada traduceva poi alla ‘mansio Fluvio Frigido’, attuale Aidussina.

Senz’approfondire in questo momento gli straordinari fatti che riguardarono le località citate, in questa foto scattata in prossimità di Mainizza (Go), si possono notare le basi dei pilastri di sostegno del ponte, che conobbe lunga e tormentata storia, al momento dell’ultima grande magra del fiume: persistono parzialmente le strutture lignee impiegate nell’allineamento dei blocchi, all’atto della costruzione del manufatto.

 

il bassorilievo del dio Aesontius, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

 

il molino americano

il molino americano

meno nuove

Il ‘molino Novo’, detto anche Americano, era situato sul Timavo a pochi passi dalla chiesa di San Giovanni in Tuba e dà notizia di sé già in alcuni documenti della metà del diciassettesimo secolo.
In questo fotomontaggio si possono notare le strutture del mulino e della chiesa prima e dopo il passaggio della Grande Guerra.

strada romana al Lisert

strada romana al Lisert

meno nuove

In un post precedente si è visto come la strada che collegava Aquileia a Nauporto (odierna Vhrnika, SLO), attraversasse l’Isonzo su un maestoso ponte che conobbe lunga e travagliata storia, fino alla sua definitivademolizione avvenuta per opera del Patriarca Gregorio nell’anno 1268.

La direttrice che da Aquileia puntava a sud, verso l’Istria, anche in questo caso fu edificata su una preesistente pista percorsa dalle genti locali e la sua definizione si rese necessaria già ai tempi della guerra contro gli Istri, protrattasi sino al 177 a.C.

Aquileia voleva difatti esercitare un controllo sempre più stringente sul territorio circostante e quindi la perfetta agibilità di quelle antiche piste divenne di primaria importanza, creando così un collegamento col sobborgo aquileiese di Monastero con la zona del Timavo.

La strada, che avrebbe poi continuato in seguito ad essere costruita fino alla colonia di Tergeste, raggiungeva un ramo del paleoalveo dell’Isonzo tra Levada e San Canzian d’Isonzo, dove esisteva un ponte, e un altro ramo scomparso dell’Isonzo nella zona di San Polo di Ronchi.

La palude del Lisert era raggiunta poi e il Locavaz veniva superato anch’esso da un ponte, a poca distanza dalla ‘mansio Timavi’.

In questa foto si nota la strada romana durante una fase delle ricognizioni che l’archeologo triestino Alberto Puschi fece durante il suo studio sistematico del territorio.

il teatro romano di Trieste

il teatro romano di Trieste

meno nuove

Pietro Nobile nacque Nel 1776 a Campestro, in Canton Ticino e fu architetto molto attivo fra Trieste e Vienna, ove diresse la scuola di architettura.

Esponente di spicco della sensibilità neoclassica in voga all’epoca, progettò a Trieste la nota chiesa di Sant’Antonio Nuovo, in pieno borgo teresiano, all’estremità del Canal Grande.

A lui, inoltre, si deve la prima individuazione del teatro romano della città, avvenuta nei primi anni dell’800.

Il manufatto venne costruito fronte mare e nel corso dei secoli fu poi via via ‘colonizzato’ dalle costruzioni abitative, che lo inglobarono definitivamente, preservandolo così dalla corruttela del tempo e da eccessive spoliazioni.

Nel 1938 lo si riportò definitivamente alla luce, come si può osservare in questa foto del tempo.

il Lisert e la Adria Werke

il Lisert e la Adria Werke

meno nuove

Il Lisert in una foto dei primi anni ’30, quando lo spazio dell’attuale cartiera era ancora occupato dalla palude della Risaia.

In primo piano, la strada statale 14 da poco inaugurata mentre sullo sfondo si scorgono le strutture dello stabilimento Adria Werke-Solvay.

Interessante notare anche il tracciato della strada più a sinistra, nella foto, ricalcante l’andamento dell’attuale via Timavo che, a poca distanza dallo stabilimento delle terme romane, attraversava il Locavaz su un ponte in seguito demolito

tra acque e miti del fiume Timavo, a cura della prof.ssa Marisa Bernardis (III parte)

tra acque e miti del fiume Timavo, a cura della prof.ssa Marisa Bernardis (III parte)

meno nuove

Ora tutto è sparito, celato sotterra, e sarà da restituire alla luce.
Solo rimanevano le terme, le Terme Romane di Monfalcone, rase al suolo durante la Grande Guerra, ma che alla vigilia della conflagrazione ci avevano ridonato due donarii dedicati al Fonte. E nell’abside della chiesa rovinata di S. Giovanni rimangono tuttora murate dopo l’immenso turbine bellico le tre are sacre alla Speranza Augusta, che erano state deposte nel santuario del Timavo da visitatori stranieri per ottenuta guarigione.
Nei primi secoli grigi del medio evo il luogo ,conteso tra Bizantini e Longobardi, giacque abbandonato, poiché si era andato colmando il Catino (val Caina, antico nome della zona del Villaggo del Pescatore): tale era il nome che ricorda quello dell’Anfora, del porto di Aquileia.
Intorno al Mille sorsero sulle rovine degli edifici romani la prima chiesa di S.Giovanni per opera del patriarca Ulderico di Aquileia, e un cenobio, di cui poi si impadronirono i cavalieri , e che poi scomparve, mentre i Veneziani si fortificarono sulla vicina isoletta di Belforrte per sorvegliare il mare di Trieste.
Allora altre leggende fiorirono,come quella dello Scoglio di Dante pensoso sul mare e del fantasma della Dama Bianca di Duino. (continua)

in foto: a pelo d’acqua su un’imbarcazione a basso pescaggio in prossimità delle risorgive del fiume.

doppio binario di solchi carrai, a San Giovanni di Duino

doppio binario di solchi carrai, a San Giovanni di Duino

meno nuove

In questa foto, in cui sullo sfondo è riconoscibile San Giovanni di Duino, si possono notare i due binari dei solchi carrai.

Non si può determinare con esattezza se si possa trattare di uno sdoppiamento della carreggiata o di una sostituzione di un tratto eccessivamente logoro già ai tempi d’impiego della strada.

“..la via di Monfalcone per l’Istria nel 1371 venne rifatta dal Patriarca, il quale ricostruiva anche il ponte di pietra al confine di S. Giovanni. La strada era ancora del tempo romano e costeggiava la palude del <Lacus Timavi>…” (R. Pichler, ‘Il castello di Duino’ 1882 -libro digitalizzato-)

urna cineraria nei pressi della strada romana del Lisert

urna cineraria nei pressi della strada romana del Lisert

meno nuove

Indagando le origini della rete stradale che interessò l’antico ‪Lisert, i ritrovamenti risalenti al periodo romano, come materiali fittili e tombe, ne attestano il periodo di più intenso utilizzo, tenendo presente che questi percorsi furono utilizzati anche in epoche successive a quella romana.
Ciò è suffragato dal fatto che, ad esempio, il tratto diretto al ponte romano sul Locavaz era percorso dalle genti del carso sino al primo ‘900, presentando per via dell’uso intenso delle irregolarità nei solchi carrai, più logori e profondi in corrispondenza della traccia più a valle, gravata da un peso maggiore.
Nella foto, un’urna cineraria calcarea rinvenuta in prossimità della strada, in uno scatto di Abramo Schmid della Commissione Grotte di Trieste.


.

Fonte Timavi

Fonte Timavi

meno nuove

Il lacus Timavi, rappresentato nella Tabula Peutingeriana.

Il toponimo Fonte Timavi, come già fece notare la dott.ssa Bertacchi, archeologa già direttrice del Museo Archeolgico Nazionale di Aquileia, è una denominazione che è possibile far riferire all’antica mansio romana insistente in epoca imperiale sulla via Gemina (?), oggi racchiusa nel complesso dell’acquedotto del Randaccio.

La Tabula Peutingeriana, inserita nell’elenco delle Memorie del Mondo dell’UNESCO, è una copia bassomedievale di un antico stradario militare dell’Impero romano.

Deve il suo nome a Konrad Peutinger, antiquario e umanista formatosi a Roma e a Padova, che ereditò la mappa dal bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I d’Absburgo, Conrad Celtis.

Conservata presso l’Hofbibliothek di Vienna, ha acquisito anche il nome di Codex Vindobonensis (324), dalla denominazione romana della capitale austriaca.

La dignità topografica riservata sulla carta alla Fonte Timavi è del tutto parificabile a quella della vicina Aquileia: in epoca calssica la zona del lacus deve aver di certo rivestito un ruolo cardinale come nodo viario, commerciale e strategico.

punta cocci

meno nuove

In occasione di una bonifica resasi necessaria al canale d’accesso al Villaggio del Pescatore, a breve distanza dal sedime del Sidam, si rinvenne un deposito subacqueo di cocci, successivamente asportato e depositato nei pressi del ‘balo’, la grande palude bonificata e successivamente inglobata nella zona industriale di Monfalcone.

Le prime suggestive ipotesi circa quel rinvenimento fecero propendere per il carico perduto da un barcone, ivi naufragato.

Studi più accurati misero in luce la natura di quei reperti.

Che vennero datati come appartenenti al periodo tra il I e il II sec. d.C. e a quello tardorinascimentale.

Trattandosi di materiale decorato, riservato ad una clientela nobiliare, si pensò più opportuno ricondurre tale ritrovamento nell’ambito di un centro abitato o, ancor meglio, di una villa patrizia.

E, sorgendo sulla via tra Tergeste ed Aquileia il Castellum Pucinum, in cui si produceva l’omonimo vino, particolarmente apprezzato da Livia Drusilla, moglie del primo imperatore romano Augusto, ciò giustificherebbe l’insediamento in zona di una fabbrica votata alla produzione di materiale così raffinato.