Video | Percorsi di pietra: l’allestimento della mostra

meno nuove percorsi di pietra
In questo video sono riportate alcune delle fasi dell’allestimento della mostra “Percorsi di pietra”.

La delicata e logisticamente complessa fase della movimentazione degli elementi lapidei rappresenta l’inizio dell’operazione che, nella fase immediatamente successiva, prevede l’esecuzione dei rilievi fotogrammetrici di ogni singolo pezzo.
Ciò è finalizzato all’ottenimento di un modello tridimensionale utile per determinare forma ed estrarre misure del manufatto in analisi, integrante cioè i dati fisici del solido rappresentato.
Una volta posizionati i pezzi nel punto della sala individuato dal progetto, la loro staticità è stata assicurata da un supporto ligneo di adeguate dimensioni, opportunamente trattato e integrato da un consolidamento a base di malta strutturale.

La successiva fase d’intervento conservativo degli elementi esposti si è resa indispensabile per ridurre le patine diffuse sulla superficie di ciascuno, aventi natura organica e minerale (incrostazioni), le macchie di ossidi ferrosi e i residui delle alghe del fiume, nel letto del quale sono stati rinvenuti.
Inizialmente si è operato con un trattamento biocida ad ampio spettro d’azione allo scopo di neutralizzare l’attività degli organismi vegetali e facilitarne la successiva rimozione.
Una volta accertata la morte di alghe, muschi e licheni si darà inizio alla pulitura mediante spazzolatura con spazzolini rigidi e acqua, rifinita con getto di vapore a pressione controllata.
Si è provveduto in seguito a bloccare le fessurazioni mediante iniezioni di resina epossidica bicomponente e poi sigillate con una malta a base di calce idraulica naturale a basso contenuto di sali e sabbia di fiume.
Infine, è stato steso su ciascuna superficie un protettivo idrorepellente traspirante e non filmogeno, per preservare nel tempo gli effetti dell’intervento.

Terminate queste fasi, si è predisposta la delimitazione dell’area ove riproporre un tratto di via glareata, al fine di restituire al visitatore un’idea dell’antico sepolcreto, le cui componenti sono state successivamente riutilizzate come elementi costitutivi del grande ponte romano sul fiume Isonzo.
Il successivo riempimento con terra trattata e l’utilizzo di ghiaia e sassi provenienti dalla locale alluvione del fiume han definitivamente completato, sulla base del progetto precedentemente presentato, l’allestimento fisico della mostra.
Mostra in seguito arricchita da una serie di pannellature esplicative e da una rappresentazione ideale del ponte, stampata su supporto telato.

Realizzazione progetto video:
Francesco Scarel

Partner tecnici:
Movimentazione beni archeologici: Malvestio Diego & C. S.n.c.
Rilievi fotogrammetrici: Massimo Braini
Intervento conservativo sui frammenti lapidei: A.RE.CON. snc
Movimentazione terra e inerti: Franco Stabon
Progetto grafico pannelli e banner: Stefania Ursella
Realizzazione grafica pannelli e banner: Foto Max – Udine


Percorso di pietra #9 | La distruzione e la ricostruzione del ponte di Farra

Percorso di pietra #9 | La distruzione e la ricostruzione del ponte di Farra

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Dicevamo dunque che il grande ponte di Farra è ricordato da uno storico del III secolo, Erodiano, che lo menziona raccontando l’episodio che si riferisce alla distruzione della struttura.
Nel 238, infatti, Massimino il Trace, che nel 235 era stato acclamato imperatore dalle legioni renane di cui era il comandante, intenzionato di recarsi a Roma per “fare i conti” col Senato che gli si era sollevato contro e che lo aveva proclamato nemico pubblico, lasciò in primavera la sede di Sirmium in Pannonia (oggi Serbia) e si diresse verso Aquileia.

Sirmium (mediaportal.vojvodina.gov.rs)
denario recante l’effigie di Maximinus ‘il Trace’

Dopo aver superato le Alpi Giulie e in procinto di attraversare l’Isonzo, trovò però il ponte distrutto dagli aquileiesi che cercavano di fermarlo. La tradizione vuole che le truppe di Massimino oltrepassarono ugualmente il fiume grazie ad un improvvisato ponte di botti.
L’imperatore arrivò quindi ad Aquileia e la mise sotto assedio senza esito, ma la sua corsa verso Roma si fermò qui, visto che venne assassinato dai suoi stessi soldati….

Come abbiamo già avuto modo di raccontare nelle precedenti “pillole”, il ponte di Farra venne molto probabilmente ricostruito poco dopo, come suggerisce il reimpiego del materiale lapideo funerario di epoca precedente e come ci conferma il dato storico dell’esistenza del ponte alla fine del IV secolo, all’epoca della battaglia di Teodosio I contro l’usurpatore Eugenio (battaglia del fiume Frigido, l’attuale Vipacco, nel 394) e poi ancora nel 489, alla fine del V secolo, quando Teoderico re degli Ostrogoti ottenne da Zenone, imperatore d’Oriente, l’incarico di sottrarre l’Italia ad Odoacre.
Teoderico e le sue truppe superarono le Alpi Giulie e sconfissero Odoacre probabilmente proprio nei pressi del ponte di Farra.

monete romane con l'effigie di Teodosio I e Flavio Eugenio
monete romane con l’effigie di Teodosio I e Flavio Eugenio

Ma che successe in seguito?
Secondo gli studiosi il ponte era ancora in uso nel pieno Medioevo e solo allora, a quanto pare, venne demolito.
I resti del ponte erano ancora tuttavia visibili alla metà del XVII secolo: allora, infatti, vengono menzionati da un erudito udinese, Enrico Palladio degli Ulivi.
Sul lungo periodo tra il Medioevo e il 1600 le fonti purtroppo tacciono.

I ritrovamenti occasionali e le ricerche compiute in quest’area a partire dagli inizi del ‘900 e che proseguono tuttora hanno aggiunto via via altre tessere a questo mosaico di conoscenze sul ponte romano di Farra.
La nostra mostra “Percorsi di pietra” ha avuto proprio questo scopo: far riemergere dal passato, come da un vecchio album di fotografie, l’immagine di questo eccezionale manufatto, con il suo corredo di vicende grandi e piccole, e inserire queste nel corso della Storia più antica del territorio, così avvincente e ancora così vicina a noi.



i #percorsi

Percorso di pietra #2 | Costruire una strada in età romana
Percorso di pietra #3 | La strada Aquileia-Emona
Percorso di pietra #4 | In viaggio!
Percorso di pietra #5 | Fermarsi a riposare lungo la strada: mansiones e mutationes
Percorso di pietra #6 | I ponti romani
Percorso di pietra #7 | La costruzione di un ponte in età romana
Percorso di pietra #8 | Il ponte sull’Aesontius
Percorso di pietra #9 | La distruzione e la ricostruzione del ponte di Farra

 

 

Video | mostra archeologica ‘Percorsi di pietra’ | invito alla visita

nuove percorsi di pietra

La mostra ‘Percorsi di pietra. Verso il museo archeologico di Farra d’Isonzo’ è visitabile presso il Museo di Documentazione della Civiltà Contadina Friulana di Farra d’Isonzo [Strada della Grotta, 8 – 34072 Farra d’Isonzo (Gorizia)] sino al 17 dicembre 2023, unicamente il sabato e la domenica, dalle ore 17 .00 alle ore 20.00.
[lacustimavi.it/percorsi-di-pietra/]


Voce narrante: Gabriella Petrucci
Adattamento e interpretazione per non udenti: Michela e Vanni Clocchiatti
Videomaker: Francesco Scarel

proposto con il ❤ da associazione culturale Lacus Timavi

Percorso di pietra #8 | Il ponte sull’Aesontius

Percorso di pietra #8 | Il ponte sull’Aesontius

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Un eccezionale esempio dell’ingegneria antica

E veniamo dunque al ponte di Farra.
Come abbiamo visto nel corso del nostro “racconto a puntate”, gli antichi itinerari stradali e la Tabula Peutingeriana segnalano, lungo la via per Emona a circa a 20 km da Aquileia, una stazione denominata Ponte Sonti.

il toponimo riportato sulla Tabula Peutingeriana

Anche se non avessimo altre fonti antiche, testimonianze di epoche più recenti o evidenze archeologiche a confermarlo, già il nome della località sarebbe sufficiente a farci sapere che in quel punto del territorio in epoca romana sorgeva un ponte, edificato per consentire alla strada che conduceva alle regioni orientali dell’Impero di superare il fiume Isonzo nel suo tratto più settentrionale.
I dati archeologici ad oggi disponibili ci suggeriscono che intorno a questo punto strategico  oggi presso la chiesa della Mainizza – in età romana esistessero, oltre alle strutture della stazione di sosta (mansio), un’area sacra al fiume divinizzato e almeno una necropoli monumentale forse legata a un piccolo abitato.
Osservazioni svolte a partire dalla metà del 1700 sui resti del ponte, allora ancora conservati e visibili “nei pressi di Gradisca”, rinvenimenti casuali e ricerche condotte dagli inizi del Novecento su quanto emergeva durante periodi di magra del fiume hanno portato a delle ipotesi ricostruttive dell’eccezionale manufatto, basate anche su quanto ricordato dalle fonti antiche.

Aesontius, Eson; Isonzo; associazione culturale Lacus Timavi; Farra d'Isonzo; Mainizza; archeologia Italia
le basi dei piloni del ponte romano, visibili durante un periodo siccitoso

Il ponte, lungo almeno 200 m, era costituito da 12 arcate, ciascuna larga 12 m, ed era realizzato in blocchi di arenaria.
Nel corso dei decenni vennero recuperati nell’area numerosi blocchi di pietra pertinente all’alzato: tra questi, alcuni elementi di monumenti funerari in calcare riutilizzati nella struttura (quattro di questi li potete osservare nella mostra “Percorsi di pietra”).
Indagini archeologiche più recenti (2010-2011) hanno messo in luce una delle basi dei piloni del ponte caratterizzata, nella parte inferiore, da un sistema di pali in legno conficcati intorno alla struttura. Analisi dendrocronologiche indicano che il legno utilizzato era quello di quercia. Inoltre la datazione radiocarbonica (C14) colloca l’utilizzo dei pali tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo d.C.
Dal momento che la strada, come abbiamo precedentemente ricordato, esisteva già alla fine del I secolo a.C. ed era stata molto probabilmente potenziata a supporto delle operazioni militari condotte da Ottaviano tra il 35 e il 33 a.C., è probabile che un primo ponte, forse realizzato in legno, sia stato sostituito nella prima età imperiale da un’opera in pietra che corrisponde all’imponente manufatto descritto dallo storico Erodiano (170-250 d.C.) distrutto nel 238 d.C.
Sulla base delle evidenze disponibili è possibile ipotizzare che il ponte fu poi oggetto di un rifacimento nel III secolo d.C.
Per questo intervento furono impiegate lapidi, decorate e iscritte, provenienti da una vicina necropoli in uso nei due secoli precedenti e ormai dismessa.


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Percorso di pietra #7 | La costruzione di un ponte in età romana

Percorso di pietra #7 | La costruzione di un ponte in età romana

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Come abbiamo già avuto modo di dire nella precedente “tappa” di questo nostro Percorso di pietra, i ponti sono considerati le “opere d’arte” degli ingegneri stradali romani, maestri insuperabili nella costruzione di questi manufatti.
Erano elementi essenziali della viabilità antica e testimoniano ancora oggi il passaggio di strade ormai scomparse.
I più antichi ponti romani, abbiamo detto, erano costruiti in legno anche per poter essere velocemente smontati in caso di pericolo.
I primi esemplari in muratura, a una o più arcate sostenute da pilastri (pilae), risalgono alla fine del II secolo a.C.
Un ponte necessitava in primo luogo di basi ben solide e l’edificazione delle fondazioni era di certo l’operazione più impegnativa. Nel caso di fiumi ampi, con una portata d’acqua costantemente elevata, era necessario isolare l’area in cui costruire il pilone.
Marco Vitruvio Pollione, architetto, ingegnere e scrittore vissuto in epoca augustea ce ne spiega la realizzazione nella sua famosa opera De architectura: si costruiva un cassone con una doppia parete di pali lignei, entro la quale erano inseriti sacchi di argilla in modo da creare uno sbarramento a tenuta stagna.
Una volta immerso, il cassone veniva svuotato dall’acqua fino a liberare il fondo su cui lavorare.
La costruzione dell’arco avveniva per mezzo di una struttura semicircolare in legno (centina) su cui erano collocati i conci in pietra squadrata.

uso della centina nel montaggio della volta del ponte

La centina poteva poggiare direttamente a terra o essere fissata sul punto d’innesto della volta, su una sporgenza creata a livello dell’ultimo filare orizzontale del pilone. L’arco si realizzava giustapponendo i conci a partire dalle estremità sino al punto centrale, dove si collocava il concio di sommità (chiave dell’arco).
Per diminuire gli effetti dell’erosione causata dalla corrente, se possibile, i piloni erano costruiti al di fuori dell’alveo del fiume.
Si venivano così a creare delle arcate molto grandi, larghe anche più di 30 metri.
La presenza di un archetto centrale nel pilone permetteva un maggior deflusso dell’acqua in caso di piena.

Nella prossima “pillola” guarderemo da vicino il ponte della Mainizza…sì, proprio lui!


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Percorso di pietra #6 | I ponti romani

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…a proposito di ponti…

Costruire un ponte è stato, per chi nel nostro passato ha avuto per primo questa brillante idea, un atto di vera e propria sfida alla natura e agli ostacoli da questa contrapposti alla volontà di spostamento degli esseri umani.
Oggi come allora questa tipologia di manufatti riveste anche un forte significato simbolico: unisce e divide, è sospeso ma al tempo stesso è radicato al suolo, con sfrontatezza permette agli uomini di oltrepassare l’acqua del fiume, elemento sacro in molte culture del passato.
Forse è per questo motivo che nei pressi del ponte della Mainizza si trovava un’area sacra dedicata all’Isonzo in forma di divinità, il dio Aesontius… era necessario tenersi buono il dio e farsi perdonare per l’atto sacrilego!
Non sappiamo molto dei ponti più antichi, ponti sospesi realizzati con fibre vegetali, che erano certamente utilizzati in regioni extraeuropee, nel Sud Est Asiatico, nel Sud America e nell’Africa Equatoriale, o dei primi esemplari in legno d’epoca romana come il ponte Sublicio che era già in uso nel VII secolo a.C.
Le fonti antiche ci raccontano ad esempio di ponti in legno come quello fatto costruire da Cesare sul Reno nel 55 a.C e descritto nel De Bello Gallico.

il ponte di Cesare sul Reno

Di certo i ponti “ad arco” in muratura e poi in pietra dalla metà del III secolo a.C. in poi ci illustrano la straordinaria abilità degli ingegneri romani, acquisita dagli Etruschi, nella progettazione e realizzazione di opere considerate “sacre”, al punto che la massima carica a carattere giuridico-sacerdotale romana, appunto il Pontifex, traeva il suo nome dalle figure istituzionali che in origine avevano curato l’edificazione dei primi ponti sul Tevere.
Con la grande rete delle strade consolari numerosi ponti ad arco a tutto sesto furono costruiti per permettere alle truppe militari ma anche ai traffici commerciali di superare ostacoli come fiumi o valli o terreni impervi. Ma come si costruiva un ponte in età romana?

 


In copertina, la foto del ponte romano del secondo secolo sul fiume Carapelle (Foggia), preservatosi sin ai nostri giorni.
Le immagini sottostanti riportano invece la situazione contemporanea del ponte romano di Ceggia (Venezia), lungo la via Annia.

Di quest’opera, riemersa dalle campagne in seguito a scavi del ’49, si notano in particolare le basi dei piloni di profilo cuneiforme, scolpite nell’arenaria e poggianti su palizzate lignee, conformati per fronteggiare al meglio l’impeto della corrente e minimizzare la creazione di vortici al suo passaggio, garantendo robustezza e stabilità al manufatto.
Una situazione simile a quella esistente in prossimità di San Polo di Monfalcone, presso Ronchi, ove un ramo dell’Isonzo veniva oltrepassato da un ponte di cui ancora oggi esistono alcune testimonianze ➔ Ponte di Ronchi dei Legionari.


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Percorso di pietra #5 | Fermarsi a riposare lungo la strada: mansiones e mutationes

Percorso di pietra #5 | Fermarsi a riposare lungo la strada: mansiones e mutationes

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Immaginiamo di star percorrendo, magari a cavallo, una strada romana, per esempio proprio quella che portava da Aquileia a Emona…siamo stanchi, accaldati, la strada è polverosa e sembra non finire mai. Ma sappiamo dalle nostre mappe che presto incontreremo un punto di sosta.
Eccolo lì, proprio davanti a noi!
È una mansio, una specie di piccolo albergo dove potremo riposare, rifocillarci e cambiare la nostra cavalcatura, per poi riprendere il nostro viaggio…a breve distanza si può vedere il grande ponte che attraversa l’Isonzo e che ci consentirà di proseguire lungo la strada.
È il caso di dire che …siamo a cavallo!
Le mansiones, o stazioni di posta, si trovavano lungo le principali strade alla distanza di un giorno di viaggio l’una dall’altra, spesso in vicinanza di incroci o in prossimità dell’attraversamento di un fiume, proprio come la mansio presso il Pons Sonti citata dalla Tabula Peutingeriana. Erano strutture destinate a chi viaggiava con un incarico ufficiale. Dotate di ambienti per dormire, a volte erano riccamente decorate, fornite di impianti termali, e corredate da magazzini e scuderie.  Qui i viaggiatori potevano passate la notte.
A questo proposito ricordiamo che scavi archeologici condotti negli anni Quaranta nell’area contigua alla chiesetta della Mainizza hanno portato alla luce i resti di una struttura a pianta rettangolare lunga 26 metri con tre absidi…
Presso le più frequenti mutationes, a cinque miglia l’una dall’altra, era invece possibile cambiare i cavalli o far ricevere ai propri animali le cure di un veterinario. Altri punti di sosta, come bettole e taverne, fornivano ristoro e riposo ai privati cittadini in viaggio.

[in foto: la posizione approssimata della pianta della mansio, ottenuta sovrapponendo a un’ortofoto contemporanea la posizione degli scavi riportati in una mappa catastale]


ipotesi ricostruttiva della mansio presso Mainizza (Farra d’Isonzo) | immagine: Fondazione Aquileia

Fondazione Aquileia


 

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Percorso di pietra #4 | In viaggio!

Percorso di pietra #4 | In viaggio!

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Abbiamo parlato delle strade romane e in particolare di quella che passava nel territorio di Farra, proveniente da Aquileia e diretta all’odierna Lubiana. Ma come si viaggiava su queste antiche strade e, nel caso della via Aquileia-Emona, che merci transitavano nell’una e nell’altra direzione?

Lungo i percorsi extraurbani ci si poteva spostare naturalmente a piedi o a dorso di cavallo, mulo o asino oppure utilizzando mezzi a trazione animale, come calessi o carretti.
Le fonti letterarie antiche e le raffigurazioni artistiche ci illustrano una grande varietà di tipologie di veicoli in uso, varietà legata al numero di persone trasportate, alla lunghezza del percorso e al servizio che il mezzo svolgeva.
Per molti di questi mezzi, usati per tutta l’età romana, a due o quattro ruote, si ipotizza una derivazione da forme prodotte ad esempio nelle Gallie come il cisium e l’essedum, vetture con cocchiere, o come il carpentum, veicolo di rappresentanza di origine etrusca, carro coperto a due ruote, poi trasformato in un mezzo a quattro ruote per essere usato anche per il trasporto passeggeri e per le merci. In ambito militare il currus a quattro ruote, a otto o dieci raggi, era il mezzo più utilizzato.

Per quanto riguarda le merci che venivano trasportate lungo la strada Aquileia-Emona, sappiamo da Strabone, lo storico greco vissuto tra la seconda metà del I secolo a.C. e il primo quarto del I secolo d.C, che Aquileia, la capitale delle X Regio, era il centro di distribuzione di prodotti di provenienza mediterranea molto ricercati dai mercanti dell’Illiria, come il vino e l’olio, nonché un centro di arrivo, lungo la medesima direttrice, di bestiame, pelli e schiavi. Carri pieni di questi beni giungevano all’emporio di Nauporto e da lì forse le merci continuavano il loro cammino fino a Emona ma per via fluviale.

Con la prossima “pillola” faremo una sosta lungo il percorso…e dove, se non in una mansio?

[foto di copertina: bassorilievo di carro rinvenuto presso il municipio Claudium Virunum , odierna ZollfeldAustria]


Nauporto, nello studio ‘Nauportus -an Early Roman trading post at Dolge njive in Vrhnika’ di Branko Music e Jana Horvat, pubblicato sull’Arheoloski Vestnik

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Percorso di pietra #3 | La strada Aquileia-Emona

Percorso di pietra #3 | La strada Aquileia-Emona

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La strada di epoca romana che superava l’ostacolo costituito dal fiume Isonzo grazie al ponte della Mainizza era un’importante arteria stradale che partiva da Aquileia per arrivare all’odierna Lubiana (Emona).
Potenziato già in epoca augustea in occasione della creazione della colonia Iulia Emona, il percorso metteva dunque in comunicazione l’Italia con i territori illirico-danubiani e molto probabilmente ricalcava un tracciato viario più antico, la cosiddetta “via dell’ambra”, lungo la quale questo prezioso materiale arrivava dal Baltico all’Italia settentrionale.

Di questa strada che copriva 77 miglia (circa 114 km) ci parlano le fonti storiche ma anche testimonianze speciali come alcuni itinerari antichi, come l’Itinerarium Antonini e l’Itinerarium Burdigalense; il percorso, con indicazione delle principali tappe di sosta, è anche indicato nella Tabula Peutingeriana, copia medievale di una vera e propria mappa stradale di epoca romana.

Confrontando le informazioni offerte da questi itinerari è possibile stabilire che da Aquileia la strada si dirigeva verso nordest e, costeggiando la sponda destra dell’Isonzo, all’undicesimo miglio arrivava alla mutatio Ad Undecimum, prima stazione posta in corrispondenza di Gradisca. La tappa successiva era Pons Sonti, presso la località Mainizza, punto strategico di attraversamento del fiume sul grande ponte di cui parliamo nella mostra. Da qui la via percorreva la valle del Vipacco fino alla tappa di Fluvio Frigido, (Ajdovščina/Aidussina), e oltrepassava le Alpi Giulie tramite il valico di Piro (ad Pirum) a 867 m; scendeva quindi a Longatico (Logatec), per raggiungere Emona passando per il centro mercantile di Nauporto (Vrnika).

Questa strada fu un fondamentale mezzo di penetrazione, in Italia, dai territori illirici e danubiani che ebbero un ruolo centrale nelle politiche militari del periodo tardoantico.

Ma come si viaggiava su una strada romana?…



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Percorso di pietra #2 | Costruire una strada in età romana

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Ora torniamo alla strada di cui parliamo nella mostra, ossia quella che da Aquileia portava a Emona e che transitava sull’Isonzo grazie al ponte della Mainizza: alcuni tratti di questa via, con massicciata in conglomerato di ghiaia e rivestimento in lastre di pietra, sono stati scoperti, già dalla fine dell’Ottocento, nei pressi di Gradisca e di Villesse. Ecco che l’archeologia ci aiuta a capire come erano fatte le strade in età romana!

Quelle più antiche erano state costruite in modo molto diverso dalle strade che avrebbero poi consentito la grande espansione di Roma nel mondo allora conosciuto. I vecchi tracciati con fondo in terra battuta e ghiaia che da Roma portavano ai centri del Lazio erano condizionati dall’andamento naturale del terreno: le strade erano quindi più tortuose e irregolari, mentre verso la fine del IV secolo a.C. nacque la vera e propria ingegneria stradale: ne è l’esempio più antico e noto la Regina Viarum, la via Appia [foto di copertina].

Per le strade di lunga percorrenza e di maggior importanza vennero dunque utilizzate nuove tecniche che prevedevano la definizione di grandi tracciati rettilinei e delle infrastrutture ad essi collegati (ponti, viadotti, acquedotti, trafori…).
Ma come veniva realizzata una strada lastricata? Prima di tutto ne venivano delimitati i margini; una volta scavata la carreggiata, si stendevano strati sovrapposti di materiali: una base (statumen), ossia pietre legate da cemento, al di sopra della quale veniva gettato del conglomerato di pietra tonda e successivamente ghiaia grossolana pressata: infine veniva stesa la pavimentazione vera e propria in blocchi di basalto o lastre squadrate. Dei basoli laterali in fila lungo i margini contenevano la pavimentazione, che al centro risultava leggermente più alta(a “schiena d’asino” diremmo oggi) per far defluire le acque ai lati della strada. Marciapiedi in terra battuta costeggiavano il tratto viario, e pietre miliari poste a distanze regolari informavano sulla distanza già percorsa dalla città di partenza…

Non esistevano solo le strade lastricate: altri tracciati potevano essere caratterizzati dal fondo in semplice terra battuta o ricoperto di ghiaia (via glareata).

Nel prossimo post parleremo della strada che collegava Aquileia a Emona, l’attuale Lubiana…

 

tracciato della via romana, verso Savogna d’Isonzo

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presentazione della mostra ‘Percorsi di pietra – Verso il museo archeologico di Farra d’Isonzo’

nuove percorsi di pietra

Sabato 24 giugno alle ore 18:00, si è tenuta l’inaugurazione della mostra Percorsi di pietra – Verso il museo archeologico di Farra d’Isonzo presso il Museo di Documentazione della Civiltà Contadina Friulana di Farra d’Isonzo.
Dopo una prima presentazione del progetto da parte di Piera Mauchigna, vicepresidente dell’associazione Lacus Timavi , han fatto seguito il benvenuto da parte dell’Amministrazione Comunale di Farra, nella persona del sindaco Stefano Turchetto, e l’intervento del Consigliere Regionale Diego Bernardis, presidente della V Commissione Cultura.
La professoressa Fulvia Mainardis, docente di storia romana dell’Università degli Studi di Trieste che ha amabilmente intrattenuto i presenti con un dettagliato quadro storico sull’importanza del ponte romano che, nei pressi della Mainizza, attraversava il fiume Isonzo e che è stato teatro di numerose vicende d’armi e non solo, nel corso della sua bimillenaria storia.
Nel rappresentare l’Amministrazione Comunale di Farra d’Isonzo, il sindaco Turchetto ha sottolineato come la valorizzazione di questo patrimonio culturale sia stata resa possibile grazie ai bandi di ripartenza Cultura e Sport della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, auspicando che questa mostra rappresenti il primo passo verso la creazione di un museo archeologico nel comune di Farra d’Isonzo.
Vi è poi stato un intermezzo musicale del Coro dei bambini, partecipanti al Music Summer Camp di Farra d’Isonzo, a cura dell’Accademia lirica Santa Croce, sotto la guida del MºMassimiliano Svab e diretti dal MºAlessandro Svab, che ha allietato una sala gremita del pubblico intervenuto per questa speciale occasione.
Ha fatto seguito la proiezione di un video illustrativo sui passaggi per il recupero e la musealizzazone dei reperti lapidei che sono ospitati al piano terra del Museo della Civiltà Contadina Friulana, per poi portare i presenti nella sede vera e propria della mostra dove la professoressa Mainardis e il comitato scientifico dell’associazione culturale Lacus Timavi di Monfalcone, composto dalle archeologhe Paola Maggi, Renata Merlatti e Gabriella Petrucci, hanno approfondito la storia degli elementi esposti in mostra e del ponte romano. In tal senso vi è stato anche l’intervento del presidente dell’associazione culturale Lacus Timavi di Monfalcone Andrea Fasolo, coordinatore tecnico di progetto, realizzata in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio del Friuli-Venezia Giulia, con la Fondazione Aquileia e che gode del patrocinio dell’Università degli Studi di Trieste.

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