Temavo /voto/[suscept]o/…

Temavo /voto/[suscept]o/…

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Nell’anno 1924, all’atto della parziale ricostruzione del castello di Duino a seguito della devastazione provocata dalla guerra, furono rinvenuti diversi frammenti di lastre con epigrafi, colonne e altro materiale d’epoca romana, probabilmente proveniente dal vicino sacello del Timavo e successivamente reimpiegato nella costruzione più antica delle torri del mastio.
Una torre che è comunemente ritenuta d’epoca romana e che, pur non essendo questa una tesi facilmente dimostrabile, comunque rappresenta una parte costruttivamente a sé stante, nelle strutture del castello del XIV secolo. Difatti è orientata in maniera differente rispetto alla disposizione generale degli altri edifici e torri ed è costruita con una tecnica a blocchi squadrati sovrapposti, dissimile da quella impiegata nei fabbricati prossimali.

il castello di Duino

Le lapidi votive provenienti probabilmente dal luogo sacro del Timavo non si ritrovano unicamente qui, ma anche reimpiegate nei materiali di costruzione della vicina chiesa di San Giovanni in Tuba, voluta dalla famiglia dei Walsee.
L’aretta con l’iscrizione dedicatoria al culto fluviale del Timavo [Temavo /voto/[suscep]to/…], del I secolo, è visibile presso il Museo d’Antichità J.J. Winckelmann di Trieste, mentre la sua copia è posta a breve distanza da una delle bocche da cui il fiume Timavo erompe dal suo percorso ipogeo.

>>QUI, le origini etimologiche del nome Timavo 
>>QUI, l’intervista a S.A.S. Carlo Alessandro Della Torre e Tasso III, Principe di Duino

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Temavo /voto/[suscep]to/…

 

il Mitra tauroctono di Aquileia

il Mitra tauroctono di Aquileia

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Correva l’anno 1888.
Un anno straordinario per l’archeologia, in quanto a Tunisi veniva inaugurato il museo del Bardo, vero e proprio scrigno di tesori del passato, con la sua impressionante collezione di mosaici romani.
E anche ad Aquileia proseguivano i rinvenimenti dei tasselli di quel mondo antico, celato nelle sue campagne, di cui s’iniziavano a ordinare le collezioni da tre lustri presso l’Imperial Regio Museo dello Stato, nato per volere degli Absburgo e ospitato, allora come oggi, nella villa Cassis Faraone.
In quell’anno, un mese esatto prima del Natale, durante alcuni lavori in un vigneto nei fondi Ritter di Monastero, fu rinvenuto un magnifico rilevo di Mitra tauroctono assieme al frammento di un’ara votiva. Tale rilievo palesava uno stato di conservazione del tutto eccezionale, in quanto forse  nascosto intenzionalmente a breve distanza dal mitreo che lo ospitò.
La storia di questo masterpiece del mondo antico incrociò qualche mese più tardi quella di una delle più importanti personalità del mondo finanziario di Trieste: il barone Carlo von Reinelt.
Già presidente della locale raffineria di petrolio e di una notissima compagnia assicurativa, nel 1879 andò a presiedere la Camera di Commercio di Trieste alla quale, grazie a un prestito personale, permise la costruzione dei magazzini del porto.
Questi acquistò il rilievo ed altri pezzi  agli allora proprietari del fondo e, nonostante avesse già accordato la destinazione di quei preziosi reperti al locale Museo di Stato, nell’estate del 1889 decise di spedire il tutto al Kunsthistorisches Museum di Vienna,  inaugurato nel 1891 e ospitante molte collezioni private imperiali.
Cosa che, come ovvio, suscitò la più viva riprovazione nel mondo accademico locale e non solo.
Il meraviglioso rilievo s’involava dunque per sempre lontano da Aquileia, mentre il suo calco è oggi ammirabile presso il Museo Archeologico Nazionale.
[continua dopo le foto]

In queste foto, scattate all’originale custodito presso il museo viennese, si può ammirare la scena centrale del culto di Mitra, dio della luce o ‘Sol Invictus’, mentre costringe il toro al suolo all’interno di un antro, nell’attesa del segno del corvo per compierne l’uccisione. Il serpente e il cane si nutrono del sangue del toro mentre i due geni, Cautes e Cautopates, ai due lati del dio, personificano l’eterno ciclo di rinnovamento tra vita e morte.
Cautopates, in questa rappresentazione, con la sua fiaccola abbassata rappresenta il tramonto e precede Cautes, l’aurora, suggerendo la tensione all’eterna rinascita: al solstizio d’inverno, la Natura muore, per resuscitare in primavera, sino al solstizio d’estate.
Ed è proprio a Natale che il sole inizia a rinascere, dopo l’apparente pausa che si prende, tramontando e sorgendo illusoriamente nella stessa posizione, prima d’invertire il cammino e procedere nuovamente verso l’equatore celeste, invitto nella sua ciclica tendenza alla rinascita.
Un fenomeno naturale osservato dalle popolazioni dell’emisfero boreale già dalla notte dei tempi.
Già Marco Aurelio Antonino Augusto, imperatore d’origini siriane che regnò dal 218 al 222 e noto come Eliogabalo, dalla sua carica di sacerdote del dio sole El-Gabal, introdusse a Roma il culto di Mithra. Circa mezzo secolo più tardi, nel 274, l’imperatore Aureliano decretò che il 25 dicembre sarebbe stato il Dies Natalis Solis Invicti, includendo la data nelle festività dei Saturnali, dedicati alla protezione della fecondità dei raccolti e quindi della famiglia.
Ma fu l’imperatore Costantino, nel 330, a decretare la coincidenza tra la nascita di Gesù e la celebrazione di origini pagane del Sol Invictus. Il 25 dicembre di quell’anno originava dunque il Natale cristiano, definitivamente ufficializzato da papa Giulio I, pochi anni dopo l’editto di Costantino.
Nel quindicesimo secolo, secondo l’opera predicatoria di San Bernardino da Siena, francescano canonizzato nel 1450 da papa Niccolò V,  l’ostia consacrata iniziò ad esser esposta in ostensori recanti forma di sole che irradia raggi di luce.
La commistione tra il culto del sole e quello di Cristo mostra così, in quest’arredo sacro, una crasi fisica che ancor oggi ne ricorda le comuni origini.

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Selene – Luna

Selene – Luna

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Presso una via periferica della frazione montana di Camporosso, a breve distanza da Tarvisio, a seguito di alcuni lavori furono rinvenute due arette con iscrizioni dedicatorie al dio Mitra e un monumento che raffigurava la sua nascita dalla pietra.
Erano i primi anni ‘80 e la Sovrintendenza archeologica decise dunque d’iniziare uno scavo per indagare quest’area così fortuitamente rinvenuta.
Vennero così alla luce due ambienti facenti parte di un mitreo, che restituirono frammenti del mondo d’allora, tra i quali molte monete, la cui datazione indica con chiarezza che verso la fine del ‘300 d.C. il luogo perse la sua funzione, probabilmente a causa di un incendio.
Fu rinvenuto anche uno splendido, piccolo bronzo raffigurante Selene, 
la Luna, sorella del Sole (Helios) e dell’Aurora (Eos).
Nella notte celeste, Luna attraversava il cielo sul suo carro tirato da cavalli bianchi, abbellendosi alla lontana luce del fratello durante il suo viaggio sempiterno.
Un viaggio d’intima unione tra questa sua essenza eterea, quella terrena, legata ai ritmi agresti e quella ultraterrena, in stretta correlazione con ciò che ci sarebbe poi stato dopo la morte.

Oggi si può ammirare questo splendido bronzo presso l’Antiquarium di Camporosso.

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Selene, Luna, Helios, Sole, Eos,, Aurora, Camporosso, Mitra

 


il forte veneziano di Fogliano

il forte veneziano di Fogliano

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Correva l’anno 1500 quando Leonardo da Vinci  fu chiamato in riva all’Isonzo, in una missione mantenuta probabilmente segreta, per ideare un complesso sistema di chiuse a protezione della fortezza veneziana di Gradisca, che avrebbero dovuto rendere inutilizzabili i guadi al nemico più temuto del momento: il turco.
Erano infatti ormai trent’anni che i turchi imperversavano in Friuli, giungendo dalla Bosnia e cercandovi d’entrare attraverso il guado antico di Fogliano, una volta lasciata alle spalle la città murata di Monfalcone.
Difatti, essendo equipaggiati in modo leggero ed adottando una tecnica di combattimento basata sull’agilità, difficilmente avrebbero cinto d’assedio le Terre, ossia le città murate. Domenico Malipiero racconta, nei suoi Annali, che le truppe turche fecero oltre ottomila prigionieri tra i civili in un sol mese, incendiando ogni villaggio del contado goriziano.
Da qui, la decisione della Repubblica di Venezia d’iniziare i lavori per la costruzione di una linea difensiva fortificata, comprendente la fortezza di Gradisca e i forti di Mainizza e di Fogliano.

Il forte stellato di Fogliano fu costruito nel 1474 e quasi interamente demolito circa un decennio più tardi, venuta meno la sua strategicità, considerato il poderoso impianto difensivo della coeva Gradisca. Difatti il 9 settembre 1480 Antonio Loredan, già  Capetanio General da Mar della Repubblica di Venezia e membro del Collegio dei Savi, fu inviato in Friuli per un sopralluogo alla linea difensiva sull’Isonzo. Assieme all’avogador Alvise Lando, decise di far demolire la piccola fortezza di Fogliano e di ampliare le difese di quella gradiscana.
Tuttavia, questa singolare struttura difensiva ci parla ancor oggi di sé, essendo giunta sin ai giorni nostri parte dell’originale cinte muraria stellata -se pur in un alzato limitato- attorno alla chiesa di Santa Maria in Monte, a Fogliano.
E’ immaginabile che, nel 1521, questa chiesa sia stata costruita su alcune preesistenti strutture del forte, riutilizzandone i materiali. L’edificazione di questa chiesetta votiva fu voluta da Teodoro del Borgo, comandante dei balestrieri a cavallo della Repubblica di Venezia. Fu scelto questo luogo in quanto Antonio Loredan, proprio nell’anno 1500 e in qualità di luogotenente della Patria del Friuli, concesse queste terre a Teodoro e al fratello Franco per essersi distinti per ardimento in occasione dell’assalto notturno dei turchi all’accampamento di Spilimbergo, un anno prima.
Sopra la porta d’ingresso si trova un’epigrafe che indica la paternità e l’anno di costruzione:

La cinta muraria presenta oggi alcune lacune, dovute ai successivi rimaneggiamenti e restauri, risultando tuttavia ancora intelligibile larga parte dell’originario andamento. Le cronache locali dell’anno 1615 ci parlano di un ripristino delle strutture, riedificate all’interno del perimetro a stella originario. I rimaneggiamenti dei secoli successivi ne hanno definitivamente mutilato la forma, soprattutto a seguito della costruzione d’un’area cimiteriale privata, a ridosso della chiesa.
La chiesa, che oggi occupa il sedime delle antiche strutture del forte, appartiene a una tipologia locale molto diffusa ed è stata restituita nell’aspetto attuale dopo le ricostruzioni a seguito della Grande Guerra, mutila della torre campanaria, crollata durante il conflitto. Al suo interno si possono ammirare alcuni affreschi raffiguranti quattro Santi, tracciati non senza qualche ingenuità tecnica da sconosciuta mano.  Le altre rappresentazioni pittoriche, riscoperte anche a seguito di lavori dei primi anni ’20 del secolo scorso, sono invece attribuite all’udinese Giacomo Secante, allievo di Giovanni Antonio de’Sacchis detto il Pordenone, e rivelano per uso del colore e per vividezza delle scene un sentire più articolato, supportato da una tecnica matura.
Questo piccolo scrigno di storia e arte, celato tra la vegetazione carsica della collina che sovrasta Fogliano, merita una visita attenta, cercando d’individuare l’Isonzo e la sua pianura alluvionale, un tempo passaggio quasi obbligato, fortemente presidiato da una Serenissima che, dopo la scoperta dell’America, avrebbe ben presto intuito che il mare non avrebbe più rappresentato la sua fortuna definitiva, facendosi via via ‘Stato da Tera’.

 


 

la botte di villa della Punta

la botte di villa della Punta

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In epoca romana, i contenitori destinati al trasporto di alimenti erano rappresentati dalle anfore che, nelle loro diverse forme, potevano racchiudere prodotti quali il garum, l’olio e il vino, ma anche spezie, semi, conserve di frutta, datteri e altro ancora.
Essendo principalmente costruite in terracotta, di esse è giunta sino ai nostri giorni una variegata testimonianza, visibile in moltissimi musei archeologici del territorio nazionale.
Ben più raro è poter osservare un esemplare d’una botte lignea o parte di questa, come è invece successo nel caso del ritrovamento durante gli scavi condotti negli anni ’70 dello scorso secolo, presso la villa della Punta, posta sull’isola omonima -oggi scomparsa-  in prossimità delle foci del fiume Timavo.
Difatti, nel corso di questi, emerse un coperchio d’una botte utilizzata per il trasporto del vino, decisamente ben conservato grazie alle condizioni anaerobiche dovute alla sommersione nei fanghi palustri, che ne han impedito la decomposizione.
Di quest’interessante testimonianza del II secolo dopo Cristo, particolare interesse suscitano alcuni graffiti e il marchio impresso a fuoco sulla superficie, che reca la scritta

C.VI[—]VS/ [—] 

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Considerato il periodo storico, risulta suggestivo pensare che Massimino il Trace, soldato barbaro proclamato Imperatore dalle legioni a seguito di vittoriose campagne militari, proprio servendosi di botti come quella cui appartenne questo coperchio costruì un ponte per attraversare con le sue truppe un Isonzo dalle acque ingrossate per via dello scioglimento dei nevai alpini, nel tentativo di raggiungere ed assediare Aquileia.
Difatti, il Pons Sontii in località Mainizza era stato in precedenza abbattuto proprio per impedire a Massimino il raggiungimento della città romana sul Natissa, ove qualche tempo dopo, al termine d’un estenuante assedio, troverà la morte per mano dei suoi stessi soldati.

Il coperchio della botte è conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia ed è stato esposto durante la mostra ‘Made in Roma and Aquileia’, proposta dalla Fondazione Aquileia nel 2017.

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incontro: ‘La Baia degli Uscocchi nel Lacus Timavi’ | venerdì 15 giugno

incontro: ‘La Baia degli Uscocchi nel Lacus Timavi’ | venerdì 15 giugno

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l’associazione culturale Lacus Timavi  assieme all’
Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia e The Propeller Club Port of Monfalcone
col Patrocinio del Comune di Monfalcone
venerdì 15 giugno alle ore 18.30, presso il Palazzetto Veneto di via Sant’Ambrogio 12 – Monfalcone

presentano l’incontro

‘LA BAIA DEGLI USCOCCHI NEL LACUS TIMAVI’

interverranno il giornalista Alex Pessotto

e l’autore del libro ‘La baia degli Uscocchi’, Pio Baissero

ingresso gratuito – seguirà vin d’honneur

1585: mentre il conflitto tra veneziani e ottomani sembra attenuarsi, in una piccola città dalmata si dispiega la vicenda narrata nel testo. Una storia di predoni che, da quel luogo,  si affacciano sul “Golfo di Venezia”, come allora veniva chiamato l’Adriatico perché appunto di esclusivo e geloso dominio della Serenissima.
Sono pirati che assaltano navi mercantili svuotandole del  carico senza esitare di  uccidere comandanti e marinai.
Autori di questi misfatti sono gli uscocchi : profughi in fuga dal profondo dei Balcani ormai diventati dominio dei turchi. Una popolazione di fuggiaschi alla ricerca di un ruolo, di una sistemazione, trovandola alla fine nella più rischiosa e illecita tra le attività umane, ovvero quella della pirateria:  una dolorosa spina nel fianco di Venezia, già sulla via del tramonto per la crescente importanza delle nuove rotte atlantiche e per la sfibrante  rivalità con l’Impero d’Austria.
Poco o niente serve la flotta  della Repubblica di San Marco per annientare i pirati uscocchi i quali, di proposito, evitano ogni scontro frontale per agire con devastanti e inattese azioni diversive. Azioni basate su loro indubbie e specifiche qualità: conoscenza della navigazione, temerarietà, forza fisica, disponibilità di un porto sicuro e di barche lunghe e agili, capaci di affrontare il mare anche  nelle condizioni climatiche più avverse.  […]

Protagonisti e avvenimenti di questo racconto sono solo in parte opera di fantasia. L’immaginazione è presente, ma sempre integrata da prove ricavate da libri, manoscritti, lettere e documenti d’epoca che ho trovato, dopo anni di ricerca, presso istituzioni pubbliche e private a Trieste e, soprattutto, presso l’Archivio di Stato di Venezia.

Nota sull’autore:
Pio Baissero è stato docente in Istituti Tecnici e cultore della materia giuridica ed economica all’Università degli Studi di Udine. Direttore dell’Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia, si occupa di storia europea e dell’Alto Adriatico. Ha pubblicato numerosi saggi e un romanzo storico dal titolo “Galia, nobili e plebei sulle navi della Lega Santa” vincendo, nel 2015, il premio letterario nazionale “Città di Sisto V”.

comune di Monflacone; Friuli Venezia Giulia


 

edificio della torre piezometrica – Aurisina

edificio della torre piezometrica – Aurisina

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Inoltrandosi nella landa carsica in prossimità della torre piezometrica di Aurisina, facilmente riconoscibile dalla strada statale costiera per via della sua mole, dopo un breve tragitto attraverso la macchia si ritrova un edificio costituito da bassi muri a secco in pietra locale a blocchi squadrati.
Individuata nei primi anni ’70 del secolo scorso, questa costruzione ha da subito attratto l’interesse degli studiosi che, a seguito d’alcune indagini, vi hanno rinvenuto diversi materiali, tra cui frammenti d’anfora, laterizi e alcuni resti di manufatti ceramici.
Il posizionamento di questo edificio, sito in prossimità dello spettacolare ciglione carsico, ha dapprima fatto propendere per una sua caratterizzazione come villa della prima romanizzazione locale.
La datazione dei reperti rimanda infatti all’età repubblicana del primo secolo a.C.; tuttavia, il sistema costruttivo dell’edificio è riferibile verosimilmente a tecniche di tipo protostorico, impiegate dalle popolazioni autoctone anche in piena età romana, che prevede  l’allestimento di basamenti in muratura a secco come sostegno ad alzati realizzati in materiale deperibile, oltre al partizionamento interno del fabbricato in un limitato numero di vani.

Difatti l’edificio di compone di quattro ambienti, di cui uno presenta una pavimentazione lastricata in pietra calcarea, mentre di particolare interesse è un piccolo corridoio, nel cui muro è ricavato un focolare.
Lo stato conservativo del manufatto ne permette una certa riconoscibilità e la sua suggestiva collocazione panoramica rappresenta ulteriore spunto per una visita.

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POMERIGGIO AL MUSEO | visita guidata gratuita al Museo Archeologico della Laguna di Marano

POMERIGGIO AL MUSEO | visita guidata gratuita al Museo Archeologico della Laguna di Marano

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Domenica 28 gennaio 2018 l’associazione cultrurale Lacus Timavi propone una visita guidata AD INGRESSO GRATUITO al Museo Archeologico della Laguna di Marano, condotta dalla dott.ssa Paola Maggi, sua curatrice. La visita, della durata di un’ora circa,  inizierà alle ore 15 e, date le dimensioni del Museo, sarà possibile accogliere un massimo di 40 persone.
Il Museo, ospitato nel palazzo Centro Civico, ubicato nel centro storico di Marano, custodisce oltre 500 manufatti rinvenuti in varie località delle lagune di Marano e Grado e nella fascia costiera retrostante.
I reperti esposti, risalenti ad epoche che vanno dall’età neolitica al Rinascimento, accompagnati da mappe, ricostruzioni di oggetti fedeli agli originali e da filmati, permettono di ripercorrere le tappe più significative della vita insediativa della laguna e di confrontare le varie trasformazioni paesaggistiche subite dal territorio circostante nel corso dei secoli.
All’interno del Museo è attualmente ospitata anche la mostra ‘Il senso della scoperta’, che vuole ricordare i primi 10 anni del Museo stesso e che ospita alcuni oggetti recentemente consegnati alla Soprintendenza, per il tramite del Museo, da parte di privati: si tratta di asce in bronzo, anfore, vasi da mensa e cucina e palle di cannone, andando così a coprire un arco temporale che va dall’età del bronzo fino agli inizi dell’ ‘800.
Si consiglia anche, condizioni meteo permettendo, di visitare la Riserva Naturale della Valle Canal Novo, situata accanto al centro storico.
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informazioni:
(+39) 345 249 05 10
info@lacustimavi.it
Museo Archeologico della Laguna di Marano
iniziativa patrocinata da:Club per l'UNESCO di Udine
Saturnalia, Opalia e il Timavo

Saturnalia, Opalia e il Timavo

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Strabone, geografo greco di Amasya del primo secolo dopo Cristo, nel raccontare la zona del Timavo ci parla di un luogo ascrivibile a un lucus, o bosco sacro, rigoglioso e intimamente legato a una dimensione selvaggia e quasi primordiale.

Quest’aspetto sacrale era collegato in Grecia al culto di Apollo e rimandava all’età dell’oro, come anche ricordato da Virgilio nella quarta Bucolica (tu modo nascenti puero, quo ferrea primum/ desinet ac toto surget gens aurea mundo,/casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo).

E tale caratteristica è propria di Saturno, cui era dedicato un culto al Timavo.

Difatti, attorno agli anni ’50 del secolo scorso fu rinvenuto un mortarium in argilla [nella foto qui sopra], recante l’iscrizione Numen/Saturni impressa sull’orlo per quattro volte, di età tardo-repubblicana o protoaugustea, che rimanda direttamente al culto del dio delle semine.

la scritta numen/saturni, impressa per quattro volte

 

Le festività Saturnalia ed Opalia.

Le festività furono fissate dal 17 al 23 dicembre dall’Imperatore Domiziano per festeggiare Saturno e la sua sposa, la dea dell’abbondanza Opi. Le celebrazioni ricordavano l’età dell’oro vissuta dagli uomini, quando Saturno regnava sulla terra. I romani credevano che in questo periodo le divinità Sturno, Plutone e Proserpina uscissero dal sottosuolo e vagassero sulla terra portando l’inverno assieme al gelo sulla terra. Per fermare la brutta stagione dovevano essere rabbonite con offerte e feste in loro onore. Durante i saturnalia gli uffici e le scuole erano chiusi, non si iniziava e non si continuavano le guerre, tutte le attività che non riguardassero i festeggiamenti erano vietate. La tradizione voleva che il sole morisse in prossimità del solstizio d’inverno (fissato per il 25 dicembre), quando si giunge all’accorciarsi della notte e a un lento allungarsi del giorno. Il sole rinasce quindi più potente (Sol Invictus o Sole Invitto), quasi come un Dio bambino con l’inizio dell’anno nuovo.

Le città venivano addobbate con nastri, ghirlande e fiaccole, per sette giorni le persone si scambiavano doni e organizzavano grandi banchetti dove potevano partecipare anche gli schiavi. Infatti si ricordava un’epoca in cui non esistevano leggi, guerre e differenze sociali, quindi gli schiavi perdevano il loro status di sudditanza e divenivano liberi. Si racconta di casi con veri e propri scambi di ruolo fra padrone e schiavo.

Un princeps nominato ad estrazione organizzava le feste e i banchetti, non dimenticando il gioco d’azzardo, che era proibito durante il resto dell’anno.

Chi era Saturno?

Prima dell’influenza greca che si fuse ai culti romani, Saturno era una delle divinità  chiamate Numina, cioè potenze senza miti o storie. Esso proteggeva i campi e le sementi. Solo più tardi Saturno sarà collegato alla figura di Crono della civiltà greca.

La leggenda lo lega strettamente al popolo e al territorio italico, in quanto dopo la sua cacciata per mano di Giove, Saturno si stabilì proprio sul territorio donando la conoscenza dell’agricoltura agli uomini. Il suo regno porterà pace e ricchezza, denominato poi come età dell’oro. Egli diverrà dunque un eroe civilizzatore, per cui il suo culto sarà molto importante anche all’estremità dell’Impero.

Nella zona del Timavo furono presenti diversi culti come Ercole, la Spes Augusta, Temavus, Mithra e Saturno.

I giorni di festa nell’antica Roma

17 dicembre | La città veniva decorata con nastri fiori e ghirlande: si ornavano soprattutto le edicole degli dei e le vie della città venivano popolate da mercatini, danzatori e giocolieri. L’inizio dei festeggiamenti avveniva con rito del ‘lectisternium’: veniva organizzato un banchetto dove i commensali ospitavano le dodici divinità maggiori, gli si offriva del cibo chiedendo protezione e prosperità per Roma e i suoi cittadini. Poi si proseguiva con una processione fino al tempio di Saturno, dove avvenivano sacrifici di animali in onore della divinità. Ovunque c’erano ricchi banchetti e gli invitati si scambiavano auguri e piccoli doni, in questi banchetti veniva eletto il ‘Princeps’ che gestiva i festeggiamenti.

18 dicembre | Secondo giorno di festeggiamenti, grandi banchetti in onore di Saturno dove venivano invitate molte persone, inclusi gli schiavi.

19 dicembre | Terzo giorno, dedicato a Opi, sposa di Saturno, dea dell’abbondanza e protettrice del raccolto: a lei si chiedevano grazie e si dedicavano voti.

20 dicembre | Quarto giorno, i romani si scambiavano piccole statuette di terracotta, bronzo o cera dette ‘Sigillaria’. Esse venivano offerte ai Lari (spiriti protettori) della casa o come dono al dio Saturno. Saturno era legato al mondo degli inferi, quindi era quasi uno scambio che gli uomini offrivano al dio in cambio della loro anima; quasi uno scongiuro alla propria morte.

21 dicembre | Quinto giorno, la città si riempiva di visitatori che partecipavano ai festeggiamenti e approfittavano delle bancarelle per acquistare ricordi, vesti e ninnoli.

22 dicembre | Sesto giorno, continuano i festeggiamenti nell’ Urbe.

23 dicembre | Settimo giorno, si ringraziavano nuovamente le divinità con banchetti e processioni. I festeggiamenti finivano al tramonto.

a cura di Piera Mauchigna

 


 

Lucio Barbio Montano e l’aretta votiva all’Isonzo

Lucio Barbio Montano e l’aretta votiva all’Isonzo

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Aesontio
sacr(um)
L(ucius) Barbius Montan(us)
p(rimus) p(ilus)
v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito)

Sacro all’isonzo, Lucio Barbio Montano, primo centurione, ha sciolto un voto di buon grado a giusto titolo

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Isonzo; Soča; pons Sontii; Mainizza
l’aretta votiva, conservata presso il Museo Archeologico di Aquileia

 

L’antico nome dell’Isonzo (Aesontius) è documentato da questa epigrafe, studiata dall’archeologo Giovanni Battista Brusin e rinvenuta nel 1922 in località Mainizza, sulla riva dell’Isonzo, in prossimità del grande ponte romano che in quel punto lo attraversava.
L’altra epigrafe che ne riporta il nome è stata rinvenuta nel 1989, presso San Pier d’isonzo.

Il Brusin, aquileiese, negli anni ’20 fu direttore del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia e iniziò gli scavi al foro e al porto dell’antica metropoli romana.

> il pons Sontii

> il grande ponte romano sull’Isonzo: una galleria d’immagini

 

Sanudo; Monfalcone; associazione culturale Lacus Timavi; Friuli Venezia Giulia

Sant’Antonio Abate (17 gennaio)

Sant’Antonio Abate (17 gennaio)

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L’iconografia su Sant’Antonio Abate (Coma, 251 – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357) ci riporta il mistico egiziano -considerato iniziatore del monachesimo cristiano e primo degli Abati- in compagnia di un maiale, recante al collo un campanellino. E la ragione di questa presenza animale è presto spiegata.

Sant Antonio Abate
Sant’Antonio Abate

Nell’anno 1070, Guigues Disdier e Jocelyn Châteauneuf, originari dell’antica provincia francese del Delfinato, tradussero da Costantinopoli le reliquie di Sant’Antonio sino al villaggio francese di La Mothe-au-Bois.

Le reliquie rappresentavano rimedio e balsamo contro il cosiddetto fuoco sacro o male degli ardenti, detto anche ergotismo, da ‘Ergot’, un fungo parassita delle graminacee. In particolare, il pane fatto con la segale contaminata dal fungo, portava all’intossicazione di chi lo assumeva, cagionando sia spasmi di natura compulsiva e allucinatoria, sia veri e propri effetti di cancrena delle estremità.

Si trattava dunque di un male terribile, del quale alcuni sintomi correlati potevano essere assimilati a quelli dell’herpes zoster (da qui, la denominazione di fuoco di Sant’Antonio, attribuita comunemente alla nota infezione virale).

In nord Europa, dove il parassita fungino era molto diffuso, si contraeva spesso la malattia, veicolata dal pane fatto con la segale.

Man mano che i pellegrini in cerca di sollievo dalla malattia si dirigevano verso i luoghi di culto dedicati al Santo, nel sud dell’Europa, si nutrivano sempre più spesso di pane prodotto con il grano, godendo di un progressivo beneficio, ricondotto al potere guaritore delle reliquie.

Il nobile Guigues de Didier diede disposizione di edificare, nel villaggio francese di La Motte, una chiesa che potesse accogliere queste sacre reliquie, tutelate dai benedettini dell’abbazia di Montmajour.

Tali monaci, nel 1088, furono incaricati dell’assistenza religiosa dei pellegrini e, parallelamente, fu fondata una confraternita per fornire assistenza fisica ai tormenti della malattia. Tale confraternita mutò poi nell’Ordine dei Canonici Antoniniani.

Per diretta concessione del Papa, a tale Ordine fu permesso di allevare maiali, con il cui grasso si lenivano le stimmate dei malati colpiti fuoco di Sant’Antonio.

Maiali allo stato brado, che davano segnale della propria presenza grazie alla campanella che portavano al collo.

Sant Antonio dei Bagni
Sant’Antonio dei Bagni, in una mappa settecentesca

Sulle antiche mappe della Regione, in prossimità delle Terme Romane di Monfalcone, un edificio sacro d’epoca seicentesca, di pianta rettangolare e di modeste dimensioni, risulta sovente indicato come S. Antonio dei Bagni, eretto in prossimità di uno dei due antichi isolotti che delimitavano la laguna litoranea del lacus Timavi dal mare aperto.

Il culto del Santo è probabilmente da attribuire alla necessità delle genti del luogo di benedire il bestiame –fonte di sostentamento primaria- per scongiurare malattie ed epidemie.

Difatti, ogni 17 gennaio, in corrispondenza della festa di Sant’Antonio Abate, gli abitanti del circondario monfalconese si recavano in processione votiva a questa chiesetta, portandosi appresso gli animali.

Attilio Dessabo
Attilio Dessabo e il primo restauro della statua

In quest’edificio vi erano tre altari, come riportato nella documentazione riguardante la visita patriarcale del 1660, di cui il principale era occupato dalla statua del Santo.

Dopo alterne vicende, l’edificio fu bombardato nel 1917 e quasi raso al suolo: la statua lignea del Santo fu così trasferita a Monfalcone e, attorno alla metà degli anni trenta, restaurata pazientemente da Attilio Dessabo. Oggi è possibile ammirarla presso la nuova chiesa del SS.Redentore, restituita all’antico splendore da un ulteriore e recente intervento conservativo.

Il 17 gennaio 2016 è stata benedetta, presso le Terme di Monfalcone, la nuova edicola dedicata al Santo: un’iniziativa di grande importanza simbolica come cenno di forte continuità con la storia locale e la tradizione.

 

 

Fata

Fata

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Che cosa indusse Octavia Sperata a ringraziare i Fata, nella cui divinità si dipanava il Destino, apponendo forse in prossimità della grotta del Diavolo Zoppo, sulla perduta isola di Sant’Antonio, un’aretta votiva recante l’epigrafe Fatis?

E quale destino ha seguito questa scritta dedicatoria, involatasi pure dagli indici epigrafici, come la parola pronunciata dalla divinità?

Il fascino di questi rinvenimenti indiziari diviene ancor più appassionante alla luce degli spunti puramente antiquari sulla presenza di un Ninfeo alle bocche del Timavo, o semplicemente considerando le varie tracce epigrafiche riferibili alla frequentazione a fini curativi e sacrali del complesso termale.

Difatti  sono dello speleologo triestino Ettore Boegan, appassionato studioso del mondo ipogeo e tra i fondatori della speleologia moderna, i primi rilievi condotti sulla scomparsa grotta del Diavolo Zoppo, in prossimità delle terme.

Un luogo ritenuto da leggende locali, dimora di esseri delle sorgenti cui –forse – Octavia Sperata sciolse il voto.

E ciò lo si può evincere dall’epigrafe trascritta nella prima metà del ‘700 su ‘Le Antichità di Aquileia’, dal canonico Gian Domenico Bertoli , appassionato studioso dell’antica metropoli romana:

 

Fata; Octavia Sperata; Ottavia Sperata
epigrafe scomparsa di Octavia Sperata, su ‘Le Antichità d’Aquileia’

 

San Giovanni di Duino

San Giovanni di Duino

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In questa magnifica foto proveniente dall’archivio Puschi di Trieste si può notare l’abitato di San Giovanni di Duino, ancora intatto dagli insulti della Grande Guerra.

La chiesa presenta una torre campanaria diversa da quella odierna ed esistono ancora le strutture del molino ‘Americano’, su una delle bocche del Timavo, a brevissima distanza dalla chiesa.

origini etimologiche del nome Timavo

origini etimologiche del nome Timavo

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Riportiamo un interessante passo sulle origini etimologiche del nome ‘Timavo’, tratto da ‘Storia di Venezia’ di Giovan Battista Pellegrini, professore di glottologia all’università di Padova e Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca.
<<Il Timavo è assai celebre fin dall’antichità, dato che fu anche divinizzato; si notino anche le attestazioni epigrafiche: Ti. Poppai Ti.f. Temavo, C.I.L., 12, 2195 (Aquileia); Temavo voto (suscept) o (128); Ποταμὸν τὸν Τίμαυον, Poseidonio in Strabone, V, 215; gen. Timavi, Virgilio, Bucolica 8, 6 e Georg. 3, 475, Aeneis, 1, 244; ad lacum Timavi, Livio, XLI, 1 e 2 e altre numerose attestazioni classiche.
Pare corrispondere a S. Giovanni di Duino in Tuba.
Non si può del tutto escludere una connessione etimologica tradizionale col nome locale carnico Timàu e col Temavus divinizzato anche in una aretta di Montereale Cellina (C.I.L., 12, 2667; I.I., X, 4 nr. 318) (129) .
I tentativi di collegamento etimologico sono assai incerti, v. A. Karg (130) e H. Krahe (131), ove si cita generalmente il riscontro assai incerto con Tim-achus, fiume nella Moesia sup. e Τίμαϰον (Tolomeo, III, 9, 4). Ma è difficile attribuire un significato al tema *tim-/*tem-.>>