le terme romane di Monfalcone

Descrivere il complesso termale di Monfalcone è un po’come descrivere venti secoli di storia. Ed è proprio quest’istituto a rappresentare il testimone di un sì lungo arco temporale, sopravvissuto proprio grazie alla forza dell’acqua rigeneratrice a molteplici distruzioni e ricostruzioni.
Un’acqua che ancora oggi, con la sua voce, rappresenta il vero e continuativo trait d’union con un interessantissimo passato.
Situato in un contesto ambientale e paesaggistico oggi radicalmente mutato, il complesso delle terme di Monfalcone figurava in passato come una delle componenti salienti di un sistema antropico organizzato e prospero, collegato al fiume Timavo.

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I fenomeni geologici che hanno contribuito a mutare la laguna litoranea dell’antico lacus Timavi -assieme agli apporti alluvionali dei fiumi Timavo e Locavaz – sono relativamente recenti e riassumibili nel progressivo aumento del livello del mare congiunto a un determinato abbassamento del livello di costa.
Il rilievo oblungo in pietra carsica che dava origine alle due Insulae Clarae, in seguito scomparse, arginava le acque di questi due fiumi che, con il loro apporto, alimentavano un vero e proprio bacino costiero, sulle cui coste già in età romana prosperò la civiltà.
Plinio il Vecchio, praefectus classis e autore della Naturalis Historia, ebbe modo nel primo secolo dopo Cristo di osservare e di descrivere i fenomeni di termalismo legati alla fonte, ubicata proprio sull’Insula detta di Sant’Antonio, riconducibili alle variazioni della marea ‘…contra Timavum amnem insula parva in mari est cum fontibus calidis, qui pariter cum aestu maris crescunt minuunturque’.

Archeologo triestino

Difatti, quest’acqua termale, fortemente sulfurea, sgorgava quasi a livello del mare e da più polle, presentando temperature differenti (da oltre 41 a circa 19 gradi centigradi) ed era apprezzata già nell’antichità per le sue benefiche proprietà curative, oggi valorizzate tramite l’ultima riqualifica funzionale del complesso che ne ospita le fonti. A partire dalla seconda metà del XIX secolo si riscontra l’utilizzo dei fanghi argillosi, cavati a una profondità massima di cinque metri.
Questo centro termale era situato come s’è detto in un punto decisamente cardine, cioè al limitare più settentrionale del Mare Nostrum. Per comprendere meglio questa strategicità, basti menzionare la grande stazione di cambio situata a breve distanza dal complesso stesso, la mansio fonte Timavi, in prossimità della biforcazione della via che da Aquileia giungeva sino a Fiume (Tarsatica) e a Pola, in Istria.

Nell’anno 1433, a rappresentare la Cancelleria Pretoria della Serenissima fu inviato a Monfalcone il podestà Francesco Nani.
La formazione giuridica di questa figura era supportata da una preparazione prettamente romanistica, comprovata dalla presenza di un Corpus iuris civilis che ne accompagnava costantemente l’operato.
Un operato che spaziava anche nel campo puramente amministrativo, sovrintendendo anche agli approvvigionamenti alimentari dalla città, alla sanità e alle acque.
Difatti il Magnificus Praetor, oltre alle strutture portuali, provvide a rendere nuovamente fruibile la fonte termale delle antiche terme romane, dopo lunghi secoli d’oblio, le cui acque erano convogliate in una cisterna appositamente costruita.
Tale lapide riporta un’iscrizione che ricorda gli interventi sul porto e sui ‘bagni’:
<Magnificus Praetor Nani Franciscus amator Justitiaeque bonis, et amarus et hostis iniquis Justos dilexit, cunctos dulcissime rexit FalconiS Montis portum renovando salutis Hic fundavit opus felix memorabile cucntis mundavit foveam studiose fere corruptam Balnea construxit iam perdita digne reduxit Unde parit fructus splendens sua maxima virtus – Millesimo quadringentesimo trigesimo tertio> – Il Magnifico Podestà Francesco Nani, amante della giustizia e delle cose buone e acerrimo nemico delle ingiustizie, governò Monfalcone con rettitudine per la delizia dei giusti restaurando il porto, grato a tutti rafforzò le mura, scavò con diligenza i fossati quasi interrati, costruì i bagni, corresse benignamente quanto corrotto, ecco gli splendenti frutti della sua virtù – anno 1433
Già in questo periodo gli eruditi al seguito del  s’accorsero dell’importanza dell’edificio, stante l’affioramento di numerosi lacerti di strutture murarie che confermavano un utilizzo intensivo della fonte. Ipotesi che furono suffragate anche dal direttore del Museo Archeologico di Aquileia Enrico Maionica che, nella sua pluriennale campagna di scavi condotta agli inizi del ‘900, rilevò una serie di ambienti di notevoli dimensioni.

Ma quali furono i periodi di utilizzo del complesso?
La risposta è articolata, vista la relativa scarsità d’indizi e l’intensità della devastazione cui il sito fu oggetto durante la sua storia.
Di certo, già dal primo secolo avanti Cristo il centro era frequentato, al punto da conoscere il suo massimo sviluppo proprio in questo periodo: alcune offerte dedicatorie alla Spes Augusta provenivano sin dal Norico –provincia romana corrispondente all’incirca all’attuale Austria centrale- e probabilmente la presenza della fonte era nota anche nell’Urbe.
Ed è proprio con il citato podestà Nani che la struttura si riaffaccia alla storia, dopo i lunghi secoli di oblio patiti con le devastazioni, alla caduta dell’Impero.
Dopo questa ricostruzione ad opera della Serenissima, l’edificio fu nuovamente distrutto durante le invasioni turche e le guerre austriache, per poi rinascere nuovamente nella prima metà dell’’800.
La Grande Guerra le rase nuovamente al suolo, mentre nel ’39, furono ricostruite in stile razionalista su commissione della famiglia Torre e Tasso. La seconda guerra ne decretò la definitiva chiusura, relegando questo sito ricco di storia a un nuovo periodo di abbandono.
Recentemente l’istituto termale ha conosciuto nuova vita, a seguito di un articolato e filologico intervento di recupero, che ne ha nuovamente permesso la fruizione delle sue acque, considerate a ragione sin dall’antichità come vero e proprio elisir curativo.
Grazie a queste proprietà medicamentose, molti beneficiari lasciarono i propri ex-voto, per ringraziare i numi delle fonti per il vantaggio ottenuto. Difatti, in prossimità della chiesa di San Giovanni in Tuba, quattro sono stati i rinvenimenti di epigrafi dedicatorie, prevalentemente rivolte alla Spes Augusta.
Probabilmente era proprio il sacello di San Giovanni a esser deputato a luogo di culto della divinità ritenuta protettrice.
E la stessa osservazione può esser fatta a proposito del ritrovamento delle arette a Silvano e a Ercole, le cui capacità guaritrici erano venerate.

ottavia sperata fataeSempre in tema epigrafico, non è da dimenticare la perduta iscrizione votiva ai ‘fata’, rinvenuta in prossimità della grotta del Diavolo Zoppo, sita sull’insula di Sant’Antonio e indagata dallo speleologo triestino Ettore Boegan. Ci racconta del voto di Ottavia Sperata. Una probabile ‘cliente’ dell’epoca.
Su quest’isola ormai perduta e a breve distanza dal complesso termale, durante le operazioni d’indagine di una necropoli datata tra I e IV secolo d.C. e sita in prossimità della chiesa omonima oggi scomparsa, l’allora direttore del Museo Tergestino di Antichità Pietro Sticotti rinvenne due iscrizioni dedicatorie al nume tutelare della sorgente calda, da parte di Poblicius Statutus e Q. Titacius Maxsumus.

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[continua]

 

Sanudo; Monfalcone; associazione culturale Lacus Timavi