3dLacus | alcuni momenti dell’iniziativa

3dLacus | alcuni momenti dell’iniziativa

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Alcune foto sui laboratori CoderDojo, Unity3D e FabLab, tenutisi presso l’Istituto Statale d’Istruzione Superiore Brignoli Einaudi Marconi di Staranzano, in seno all’iniziativa 3dLacus, promossa dall’associazione culturale Lacus Timavi.

Gelato UNESCO

origini etimologiche del nome Timavo

origini etimologiche del nome Timavo

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A seguire, un interessante passo sull’ipotesi delle origini etimologiche del nome ‘Timavo’, tratto da ‘Storia di Venezia’ di Giovan Battista Pellegrini, professore di glottologia all’università di Padova e Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca.

<<Il Timavo è assai celebre fin dall’antichità, dato che fu anche divinizzato; si notino anche le attestazioni epigrafiche: Ti. Poppai Ti.f. Temavo, C.I.L., 12, 2195 (Aquileia); Temavo voto (suscept) o (128); Ποταμὸν τὸν Τίμαυον, Poseidonio in Strabone, V, 215; gen. Timavi, Virgilio, Bucolica 8, 6 e Georg. 3, 475, Aeneis, 1, 244; ad lacum Timavi, Livio, XLI, 1 e 2 e altre numerose attestazioni classiche.
Pare corrispondere a S. Giovanni di Duino in Tuba.
Non si può del tutto escludere una connessione etimologica tradizionale col nome locale carnico Timàu e col Temavus divinizzato anche in una aretta di Montereale Cellina (C.I.L., 12, 2667; I.I., X, 4 nr. 318) (129) .
I tentativi di collegamento etimologico sono assai incerti, v. A. Karg (130) e H. Krahe (131), ove si cita generalmente il riscontro assai incerto con Tim-achus, fiume nella Moesia sup. e Τίμαϰον (Tolomeo, III, 9, 4). Ma è difficile attribuire un significato al tema *tim-/*tem-.>>


 

il podestà Francesco Nani

il podestà Francesco Nani

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Nell’anno 1433, dopo tredici anni di dominio veneto sul territorio locale,  il podestà Francesco Nani fu inviato a Monfalcone come rappresentante della Cancelleria Pretoria della Serenissima.
La formazione giuridica di questa figura era supportata da una preparazione prettamente romanistica, comprovata dalla presenza di un Corpus iuris civilis che ne accompagnava costantemente l’operato.

Un operato che spaziava anche nel campo puramente amministrativo, sovrintendendo anche agli approvvigionamenti alimentari dalla città, alla sanità e alle acque.

E in tal ottica va interpretata la lapide in figura, detta appunto ‘del Nani’, conservata oggi presso l’orto lapidario del Palazzetto Veneto di‪  Monfalcone.

Difatti il Magnificus Praetor, oltre alle strutture portuali, provvide a rendere nuovamente fruibile la fonte termale delle antiche terme romane, dopo lunghi secoli d’oblio, le cui acque erano convogliate in una cisterna appositamente costruita.

Un riutilizzo che, con alterne vicende, si è protratto fino ai giorni nostri.

Tale lapide riporta un’iscrizione che ricorda gli interventi sul porto e sui ‘bagni’: <<Magnificus Praetor Nani Franciscus amator Justitiaeque bonis, et amarus et hostis iniquis Justos dilexit, cunctos dulcissime rexit Falconis Montis portum renovando salutis Hic fundavit opus felix memorabile cucntis mundavit foveam studiose fere corruptam Balnea construxit iam perdita digne reduxit Unde parit fructus splendens sua maxima virtus – Millesimo quadringentesimo trigesimo tertio>>.

Tradotto:  <<Il Magnifico Podestà Francesco Nani, amante della giustizia e delle cose buone e acerrimo nemico delle ingiustizie, governò Monfalcone con rettitudine per la delizia dei giusti restaurando il porto, grato a tutti rafforzò le mura, scavò con diligenza i fossati quasi interrati, costruì i bagni, corresse benignamente quanto corrotto, ecco gli splendenti frutti della sua virtù – anno 1433>>.

Qui sopra, un significativo passo dal ‘Trattato sopra la costituzione geognostico-fisica dei terreni alluvionali o postdiluvionali delle Provincie Venete’ di Tommaso Antonio Catullo, dottore in medicina e professore di storia naturale presso l’università di Padova (anno 1838).

graffito in glagolitico a San Giovanni in Tuba

graffito in glagolitico a San Giovanni in Tuba

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Il sito della chiesa di San Giovanni in Tuba, nei pressi delle polle di risorgiva del ‪Timavo, aggrega in una sorta di wunderkammer elementare il sacro al fantastico, rappresentando da secoli un vero riferimento sia per le genti stanziali, sia per quelle di passaggio attraverso questo naturale crocevia.
Alla distruzione patita dall’edificio sacro durante il primo conflitto bellico fu posto rimedio nel 1949, con un restauro che durò quasi sei anni, durante il quale le superstiti decorazioni barocche furono rimosse, permettendo così ai sottostanti frammenti degli affreschi medievali di rivedere la luce.
Tra le testimonianze devozionali lasciate dai viandanti presso questo luogo di culto, spiccano i graffiti che l’archeologa Brigitta Mader ha rinvenuto e indagato durante una sua campagna di studi.
Tra questi, una scritta in caratteri probabilmente glagolitici, parzialmente leggibile, situata in prossimità del presbiterio, d’estremo interesse per meglio comprendere non unicamente la centralità di questo edificio, ma anche i limiti geografici della zona di diffusione dell’utilizzo di quest’antico alfabeto slavo.
Dagli studi della Mader emerge come le prime tre lettere (č,f,l), seguite da una ‘o’ parzialmente intelligibile, stiano a indicare una data: 1550.
Anno in cui un viandante che conosceva quest’antica scrittura, inventata dai santi Cirillo e Metodio nel IX secolo,volle lasciare segno del suo passaggio.

In foto, una ricostruzione grafica della scritta rinvenuta nella chiesa di San Giovanni.


 

Marin Sanudo

Marin Sanudo

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Adsit omnipotens deus

Itinerarium Marini Sanuti Leonardi filij patricij veneti itinerarium cum syndicis Terre firme

 

Così recitava nell’anno 1483 l’incipit del volume ‘Itinerario di Marin Sanudo per la terraferma veneziana’, che il cronista scrisse su un viaggio compiuto nei territori della Repubblica di Venezia, seguendo l’iter percorso dagli Auditori delle Sentenze.
Il loro compito, quali magistrati giudiziari, era la verifica dell’operato dei Rettori al governo delle città della Serenissima e il suo successivo resoconto alla Quarantia Civil Nova, uno dei massimi organi costituzionali.
Delle cinquantasette località visitate e dettagliatamente descritte dal Sanudo nei quasi sei mesi di viaggio tra terraferma veneta e Istria, durante i quali furono percorse quasi 1200 miglia,  non viene naturalmente tralasciata la città murata di Monfalcone e la sua Rocca, delle quali il diarista veneto fissò l’andamento delle poderose mura, dei torrioni a pianta rettangolare e del fossato nel disegno qui sotto riportato.

Cinquantasette località facenti parte d’una terraferma veneziana via via più estesa.
Difatti a Venezia, fino all’arrivo dei Turchi attorno alla metà del ‘400, poco importava d’altro che non fosse il grande controllo dei traffici marittimi. E il vettore principale dei commerci era da sempre rappresentato dal Mediterraneo.
La scoperta dell’America determinò lo spostamento dell’importanza delle rotte commerciali dal Mediterraneo orientale, di tradizionale controllo veneziano, a quello occidentale, sotto l’egida della Spagna: dal 1492 in poi, il potere commerciale della Serenissima inizia il suo periodo di declino, in stretta correlazione con l’importanza che il Nuovo Mondo stava progressivamente acquisendo.
Il mare di prima non era più la fortuna definitiva per ‪‎Venezia, che intuì subito l’importanza dell’entroterra, iniziando a considerarlo come terra vergine di conquista.
Le energie produttive, da quel momento in poi, divennero parzialmente quelle fornite dal mondo agricolo e lo stretto controllo anche giuridico di questa ‘nuova’ fonte di sussistenza, slegata dai commerci, diveniva dunque centrale.


Nel suo Itinerario, prima di lasciare Monfalcone per raggiungere l’Istria via mare, Marin Sanudo descrive così lo scomparso castello di Belforte, le cui rovine giacciono oggi sepolte sotto i depositi alluvinali alla foce del fiume Timavo.

… Et dovendo il zorno (dopo) per il tempo cativo dover star lì a San Zuane, deliberamo alcuni, zoè , Pisani, Io et altri dotori, in una barcheta andar, mia do in mar; a uno scoglio, sopra dil quale par le vestigia di uno castello che vi foe, overo torion tondo e tutto mazizo,  chiamato  Belguardo.   Quivi  è  dito,  avanti  i nostri avesse el Friul, fece fabricar uno ponte andava in terra apresso Mofalcon. Or dismontati, di lì a pocho vene uno grandissimo murmur di mar, et si levò fortuna,  adeo  fo  necessario  di  andar  di  sopra  dita torre…

Sanudo; Monfalcone; associazione culturale Lacus Timavi; Friuli Venezia Giulia

solchi carrai

solchi carrai

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I dettagli tecnici restituiti dalle strade romane presenti nella zona del lacus Timavi ci restituiscono misure pressoché costanti in tutti i tronconi superstiti sin oggi esaminati.
I solchi carrai paralleli sono profondi mediamente 10 cm, a volte 15, e distano sempre circa 110 cm tra loro.
La natura della roccia in cui sono scavati a volte ne ha permesso la conservazione, mentre in altri casi l’erosione naturale ha contribuito alla loro cancellazione, ove non siano incorsi gli stravolgimenti dovuti al conflitto bellico.

I tratti osservabili oggi sono circa otto, tra i quali meritano menzione:
– quello che va dal terzo ramo delle risorgive del ‪Timavo, puntando al cimitero di S.Giovanni. Diversi i rinvenimenti archeologici del luogo: un’urna cineraria, una tomba a inumazione col fondo in cotto (vedi sotto), andata distrutta, che a sua volta ha restituito frammenti di una lucerna e un bicchierino di bronzo
– quello parallelo alla carrareccia che da Medeazza conduce a Ceroglie e che s’interrompe in prossimità del confine di Stato
I solchi carrai puntano verso l’esteso castelliere di Brestovizza, a testimonianza del fatto che in età romana siano stati utilizzati dei percorsi d’epoca precedente

(nella foto scattata da E. Faraone, le operazioni di rilievo metrico dei solchi carrai)

 

Lacus Timavi; Monfalcone
tomba a inumazione in cotto

Per ulteriori approfondimenti sulla viabilità romana locale, si rimanda ai contenuti del progetto SottoMonfalcone relativi alla strada romana a S. Giovanni di Duino, curato dall’associazione.


 

Pietro Kandler

Pietro Kandler

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Pietro Paolo Kandler fu ricercatore, scrittore, notabile e avvocato triestino e fu lui a disegnare questa tavola, recante come data il 10 luglio 1864.

Con una certa fedeltà, riportò su carta il paesaggio antico e la viabilità romana tra Ronchi dei Legionari e Duino.

Da notare il ponte romano di Ronchi, sito a breve distanza da un mausoleo. Divesrsi i ‘castellari’ riportati come semplici accenni rotondeggianti; ben altra è la dignità topografica riservata al ‘Castro Romano’, svettante sul lago di Iamiano e noto oggi come il Castellazzo di Doberdò.

Sull’Isola di Sant’Antonio, oltre alle Terme, è messa in risalto la presenza del tempio dedicato al Santo, mentre in corrispondenza della scomparsa isola di Belforte è ubicato un faro.
(Kandler, 1864, tav. II)

in Tuba

in Tuba

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La suggestiva chiesa di San Giovanni, sita presso le polle di risorgiva del Timavo, è contraddistinta dal noto toponimo ‘in Tuba’.
Questo termine di primo acchito sembrerebbe derivare dal latino ‘tumba’, riconducibile alla presenza di un sepolcreto nell’area, o da ‘tuba’ nel senso di ‘tromba’.

Ma la ‘tromba’ non risulta tra le caratteristiche del Santo.
E quindi si può pensare che tale accezione derivi più dalla credenza popolare che vede suonata nell’Apocalisse la Tromba del Giudizio: tuba mirum spargens sonum.

E forse proprio in ossequio a questa tradizione che molti notabili locali elessero il camposanto prossimo alla chiesa a loro definitiva dimora, in attesa della Resurrezione.

Franco Crevatin, professore di etnolinguistica all’Università di Trieste, asserisce invece che la toponimia derivi dal basso latino ‘tuba’, ma non nel senso di ‘tromba’ ma in quello di ‘condotto naturale o artificiale delle acque’, sinonimo di ‘tubus’.

Questa derivazione appare evidente –come indicano i suoi studi- anche in molte lingue romanze: zube, dal tedesco svizzero derivato dal dialetto romanzo, indica la condotta di una fontana; tou, in lionese, significa condotta sotterranea, acquedotto; Fantova (Spagna) deve il suo nome a Fonte Tuba, che, in aragonese, è divenuta toba, ossia buco nella roccia..

Il parallelo con le acque di risorgiva del Timavo par dunque evidente.

i legni della Serenissima

i legni della Serenissima

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‘Unum lignum nostri Comunis quod est in Arsena, quod nihi valet nisi pro disfaciendo, valoris solidorum grossorum ut dicunt patroni Arsenatus, absque ferramentis grossis, pro aptacione dictarum riparum’ (ASVE, Avogadria di comun, reg.22).

La destinazione a diverso uso di scafi ormai vetusti, soprattutto con finalità di pubblica utilità e assistenza, rientrava nelle concessioni e ‘grazie’ che il Maggior Consiglio deliberava a favore delle comunità del Dogado della Serenissima.

Nella frase sopra riportata si attesta la concessione dello scafo di un’imbarcazione destinata alla demolizione, spogliata delle sovrastrutture e delle parti metalliche, per essere utilizzato come cassaforma a consolidamento dell’argine di un canale.
Una pratica diffusa per riutilizzare le opere morte di molte imbarcazioni, la cui vita sovente non superava il decennio.
Probabilmente con formula simile venne deliberato il reimpiego di uno o più legni per consolidare il perimetro del deposito di sedimenti in prossimità della foce del Timavo, su cui nell’anno 1284 sarebbe sorto il fortilizio veneziano noto con il nome di ‘Belforte’.

(carta di Giovanni Antonio Magini, Venezia, 1620)

le terme romane di Monfalcone sul finire del 1800

le terme romane di Monfalcone sul finire del 1800

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Dalle alture dell’isola di Sant’Antonio, questo scatto di fine ‘800 testimonia l’estensione del complesso delle terme romane di Monfalcone, così come ancor si presentava nella veste definitivamente cancellata dai bombardamenti della Grande Guerra.

il passo di Cassegliano

il passo di Cassegliano

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Durante la seconda metà del ‘700, la Repubblica di Venezia versava in una condizione economica di crisi e la decadenza definitiva era ormai alle porte.
Tuttavia le opere considerate essenziali per la sopravvivenza della stessa, mediante anche un saldo controllo del territorio, erano tenute in massima considerazione.
A seguito del progressivo indebolimento degli argini del fiume Isonzo, sotto il doge Alvise IV Mocenigo, il luogotenente alla Patria del Friuli decise di farli rinforzare, affinchè l’erosione non compromettesse determinati punti cardinali del sistema viario dell’epoca.
Uno dei quali era rappresentato dal passo di barca di Cassegliano, vero e proprio punto di confine tra l’arciducato d’Austria (con la villa de Villesch-Villesse) e la Serenissima, nonché guado che, per tutto il ‘700, rappresentò l’unico punto di passaggio tra il Friuli e la Bisiacaria veneta, sino a Trieste.
Il cippo in foto fu eretto per commemorare proprio quest’opera di consolidamento ed è visibile a Cassegliano, villa di antiche origini romane, proprio lungo il cammino che traduceva alla zattera del passo.

>QUI l’articolo sul forte veneziano di Fogliano


 

Pons Sonti

Pons Sonti

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Le strade romane per la Pannonia rappresentavano un percorso estremamente importante di comunicazione tra area adriatica, area alpina (il Noricum) e quella danubiana.
Nel primo secolo a.C. fu tracciata la strada che collegava Aquileia a Nauporto, odierna Vhrnika, in Slovenia, ove le merci venivano scaricate dai carri e imbarcate su traghetti che poi avrebbero raggiunto destinazioni remote utilizzando le vie d’acqua della Sava e del Danubio.
Questa strada ricalca un preesistente itinerario preistorico che, attraversando la Selva di Piro (ad Pirum), scavallava i rilievi carsici e consentiva di tagliare notevolmente le percorrenze.
Punto di passaggio del fiume Isonzo era rappresentato dal Pons Sonti, nei pressi dell’attuale località di Mainizza. Da questo luogo, allontanandosi da Aquileia, la strada traduceva poi a Castra ad Fluvium Frigidum, attuale Aidussina.
Senz’approfondire in questo momento gli straordinari fatti che riguardarono le località citate, nella foto qui sopra, scattata in prossimità della località Mainizza di Farra d’Isonzo al momento dell’ultima grande magra del fiume, si possono notare le basi dei pilastri di sostegno del ponte, che conobbe lunga e tormentata storia.

QUI, una galleria di foto da noi scattate in occasione della secca del fiume (anno 2012)


 

il bassorilievo del dio Aesontius, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

 

il molino americano

il molino americano

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Il ‘molino Novo’, detto anche Americano, era situato sul Timavo a pochi passi dalla chiesa di San Giovanni in Tuba e dà notizia di sé già in alcuni documenti della metà del diciassettesimo secolo.
In questo fotomontaggio si possono notare le strutture del mulino e della chiesa prima e dopo il passaggio della Grande Guerra.