Fonte Timavi

Fonte Timavi

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Il lacus Timavi, rappresentato nella Tabula Peutingeriana.

Il toponimo Fonte Timavi, come già fece notare la dott.ssa Bertacchi, archeologa già direttrice del Museo Archeolgico Nazionale di Aquileia, è una denominazione che è possibile far riferire all’antica mansio romana insistente in epoca imperiale sulla via Gemina (?), oggi racchiusa nel complesso dell’acquedotto del Randaccio.

La Tabula Peutingeriana, inserita nell’elenco delle Memorie del Mondo dell’UNESCO, è una copia bassomedievale di un antico stradario militare dell’Impero romano.

Deve il suo nome a Konrad Peutinger, antiquario e umanista formatosi a Roma e a Padova, che ereditò la mappa dal bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I d’Absburgo, Conrad Celtis.

Conservata presso l’Hofbibliothek di Vienna, ha acquisito anche il nome di Codex Vindobonensis (324), dalla denominazione romana della capitale austriaca.

La dignità topografica riservata sulla carta alla Fonte Timavi è del tutto parificabile a quella della vicina Aquileia: in epoca calssica la zona del lacus deve aver di certo rivestito un ruolo cardinale come nodo viario, commerciale e strategico.

punta cocci

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In occasione di una bonifica resasi necessaria al canale d’accesso al Villaggio del Pescatore, a breve distanza dal sedime del Sidam, si rinvenne un deposito subacqueo di cocci, successivamente asportato e depositato nei pressi del ‘balo’, la grande palude bonificata e successivamente inglobata nella zona industriale di Monfalcone.

Le prime suggestive ipotesi circa quel rinvenimento fecero propendere per il carico perduto da un barcone, ivi naufragato.

Studi più accurati misero in luce la natura di quei reperti.

Che vennero datati come appartenenti al periodo tra il I e il II sec. d.C. e a quello tardorinascimentale.

Trattandosi di materiale decorato, riservato ad una clientela nobiliare, si pensò più opportuno ricondurre tale ritrovamento nell’ambito di un centro abitato o, ancor meglio, di una villa patrizia.

E, sorgendo sulla via tra Tergeste ed Aquileia il Castellum Pucinum, in cui si produceva l’omonimo vino, particolarmente apprezzato da Livia Drusilla, moglie del primo imperatore romano Augusto, ciò giustificherebbe l’insediamento in zona di una fabbrica votata alla produzione di materiale così raffinato.

foto aerea del lacus Timavi

foto aerea del lacus Timavi

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Questa foto aerea che riprende dall’alto il porto del Timavo e che reca la data del 26 maggio 1954, è opera dell’Istituto Geografico Militare.

Si notano:

A, l’Isola di Sant’Antonio, oggi quasi interamente spianata, sul cui versante settentrionale s’intravvede il complesso delle Terme Romane.

B, l’Isola della Punta (o Amarina), oggi scompara e grossomodo inclusa nel complesso industriale Mar-Ter.

C, la scomparsa Isola di Belforte.

Tra l’isola A e B s’intravvede chiaramente -contrassegnato dalle frecce bianche- l’istmo semisommerso che le collegava.

D, zona delle risorgive del fiume Timavo.

E, lo sbocco del canale del Locavaz.  Gli asterischi gialli indicano il cordone litoraneo che, tra porto Ròsega e la foce del Locavaz+Timavo, ha spostato in epoca recente la linea di costa, oggi parzialmente delimitata dalla cassa di colmata del Lisert.

Marin Sanudo

Marin Sanudo

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Nel 1483 il cronista veneziano Marin Sanudo scrisse un volume su un viaggio compiuto nei territori della Repubblica di Venezia, seguendo l’iter percorso dagli Auditori delle Sentenze.

Il loro compito, quali magistrati giudiziari, era la verifica dell’operato dei Rettori al governo delle città della Serenissima e il suo successivo resoconto alla Quarantia Civil Nova, uno dei massimi organi costituzionali.

Delle cinquantasette località visitate e dettagliatamente descritte dal Sanudo nei quasi sei mesi di viaggio tra terraferma veneta e Istria, non viene naturalmente tralasciata Monfalcone, della quale il diarista veneto fissò l’andamento delle poderose mura, dei torrioni a pianta rettangolare e del fossato nel disegno qui riportato.

Documento che giunge a noi come prima pianta conosciuta della città.

(da ‘Itinerario di Marin Sanuto per la terraferma veneziana: nell’ anno MCCCCLXXXIII.’)

Timavo, foce

Timavo, foce

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In questa splendida panoramica raffigurante la foce del Timavo, le tracce di un antico passato e la quiete del luogo palustre si confrontano con i cenni di una modernità che, di lì a poco, ne avrebbe trasformato radicalmente l’aspetto.

Con delle placide anse appena accennate, il Timavo incontra il mare in prossimità del ‘balo’, l’affioramento alluvionale che si può notare sulla destra, un tempo sede insulare del castelletto veneziano del Bel Forte.

Sulla sinistra del corso d’acqua si nota chiaramente l’assenza del Villaggio del Pescatore, edificato nei primi anni ‘50, mentre in lontananza, oltre le zone umide, un battello a vapore traina una chiatta, pennellando il cielo di questa foto con un lungo sbuffo di fumo.

foto: 1°marzo 1911 – foce del Timavo dal sommo dell’Isola della Punta (Civ. Musei di Storia ed Arte di, fotografo Alberto Puschi).
L’isola della punta (o Quota 12) fu sbancata negli anni ’70 per favorire l’insediamento dell’industria, al Lisert.

Nei secoli, fu appellata anche come anche Monte della Fornace, Amarina e Montagnola.

tra acque e miti del fiume Timavo, a cura della prof.ssa Marisa Bernardis (I parte)

tra acque e miti del fiume Timavo, a cura della prof.ssa Marisa Bernardis (I parte)

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Era trascorso un cinquantennio da quando per la prima volta le legioni romane di Aquileia si erano accampate presso il porto di Timavo sotto l’Ermada per la conquista dell’Istria, e il console Gaio Sempronio Tuditano, dopo aver domato i Giapidi e i Taurisci e ricacciato tra le montagne i Carni, offerse in memoria del trionfo celebrato a Roma per la fulminea vittoria il bottino di guerra al nume del Timavo e ne restituì il culto, affidandolo a un collegio sacerdotale di magistri. Autore della lapide dedicatoria in versi saturnii, che si conserva nel Museo di Aquileia, è probabilmente lo stesso Tuditano, conosciuto anche nel mondo delle lettere come storiografo.

Il Timavo, lo dice il vocabolo preromano, è un antichissimo nume fluviale indigeno, confuso poi per influenze greche d’oltremare con l’eroe tracio Diomede, domatore di cavalli: ancora ai giorni nostri si usava tenere a S. Giovanni del Timavo la fiera dei famosi equini dell’allevamento dei Duinati, che, come quelli della razza lipizzana del Carso, si facevano discendere dalle mitiche mandrie diomedee.

Un altro mito antichissimo, il passaggio degli Argonauti, adombra poeticamente l’importanza commerciale delle strade che congiungevano il nostro golfo con le vie acquee del Danubio e dei suoi affluenti, mito che dai geografi greci fu frainteso e condusse alla strana concezione di un duplice corso dell’Istro- Danubio, di cui il Timavo era creduto un ramo. Il fenomeno sorprendente del fiume Timavo che sgorgando con polle abbondanti dall’altro delle rocce si gettava con immenso fragore nel mare, sì da parere non foce ma sorgente, diede origine al culto primordiale, culto che visse attraverso i secoli e si trasformò poi in quello del Santo Battista.

Il caso si ripeté in un’altra località del suburbio tergestino, a San Giovanni o S.Pelagio di Guardiella, dove le acque dello stesso Timavo sotterraneo, che ivi filtrano attraverso la rupe, furono raccolte dai Romani e condotte in città, mentre per un secondo acquedotto tergestino i Romani si servirono della Fonte Oppia nel villaggio di Bagnoli in Val Rosandra, il quale ha pure la sua chiesa intitolata a San Giovanni. (continua)

in foto, lapide dedicatoria al dio Timavo, copia della quale si può osservare oggi presso la prima risorgiva del fiume

tra acque e miti del fiume Timavo, a cura della prof.ssa Marisa Bernardis (II parte)

tra acque e miti del fiume Timavo, a cura della prof.ssa Marisa Bernardis (II parte)

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Ma oltre a questo Timavo adriatico o tergestino si conoscono altri due Timavi: uno è il Cellina, che prorompe da una parete rocciosa a Montereale presso Maniago, dove anni orsono venne alla luce una piccola ara assai antica con dedica al Timavo: l’altro è il cosiddetto Fontanone a Timau in Carnia, che scaturisce da una considerevole altezza del “Greto” e si riversa a balzi spumeggiando nel But.Il geografo Strabone informa che la regione del nostro Timavo, e forse più particolarmente il santuario ivi esistente, dal nome del fiume Timavus, si chiamava Timavum: in egual modo il romito villaggio carnico ha conservato l’antico nome di Timavum, che anche si può leggere in una delle tre iscrizioni stradali scolpite nella roccia del vicino valico di Monte Croce.

Comune a tutti e tre i Timavi, oltre al fenomeno idrico di acqua uscente in gran copia dall’alto di una roccia, è il carattere etnico e geografico, cioè il territorio cranico: la città di Concordia, al cui agro certo appartiene Maniago, è annoverata da Tolomeo tra le città dei Carni, e alla colonia di Trieste, detta appunto da Strabone borgata carnica, furono da Augusto attribuiti i Carni, cioè gli abitanti del contado carsico.

Le acque del Timavo nostro scorrono tutte in territorio tergestino: il fiume nasce dal Monte Catalano e dopo un breve corso nella valletta solatia, incoronata di castelli, la Valle del Timavo soprano, entra maestoso nella Caverna di San Canziano, nome genuinamente romano, e vi penetra d’impeto, di cataratta in cataratta, suscitando echi e rimbombi, luci e riflessi fantastici nelle gallerie e negli androni.

Poi il fiume scompare improvvisamente nel regno delle tenebre e del silenzio, in un lungo viaggio sotterraneo. Ingrossato da altre acque inghiottite dal sottosuolo carsico, nel suburbio di Trieste il fiume dalle molte sorgenti sbuca qua e là dalle fenditure della roccia con polle più o meno copiose, oltre San Giovanni di Guardiella, anche a Barcola e a Cedas; ad Aurisina fornisce e alimenta l’acquedotto principale della città; infine a San Giovanni del Timavo, tra Duino e Monfalcone, rivede la luce del sole e saluta a gran voce l’Adriatico in un paesaggio classico di eroica bellezza e d’alta poesia, se anche non più come ai tempi di Virgilio per ora novem magno cum murmure montis. Ai tempi di Virgilio invece c’era qui un ampio circondario sacro con un porto, un boschetto, uno o più santuari e le terme, poiché il Timavo, divinità fluviale era anche divinità salutare, come l’Apollo Aponus invocato nelle terme di Abano presso Padova. (continua)

in foto: una piccola polla di risorgiva del Timavo, in prossimità di San Giovanni di Duino.