Il ponte romano sull’Isonzo

Il ponte romano sull’Isonzo

Presso il comune di Farra si trova un piccolo centro abitato che custodisce una lunga, interessantissima storia indissolubilmente legata all’antica strada romana che un tempo l’attraversò, rendendo possibile il superamento del fiume Isonzo tramite un ponte in pietra oggi scomparso: la località della Mainizza.
Le  indagini archeologiche comprovano che i che i Romani, al loro arrivo in Friuli, trovarono i Celti già insediati nel territorio compreso tra l’Isonzo e il Livenza ma nel territorio di Farra, testimonianze di questa natura non sono presenti e quindi la narrazione storica può esser fatta iniziare dallo stringente presidio che i Romani stessi condussero in prossimità di un punto in cui il fiume Isonzo era relativamente facile da attraversare, erigendo in quel luogo un ponte difeso da una guarnigione militare. Guarnigione che, probabilmente, albergava in prossimità della stazione itineraria sita a breve distanza dall’attuale chiesetta e i cui resti giacciono sotto la campagna.
Partendo dalla narrazione dello storico greco Erodiano, che esaltò con parole di magnificenza la costruzione del ponte, correva l’anno 238 a.C. quando Massimino il Trace, soldato barbaro proclamato Imperatore dalle legioni a seguito di vittoriose campagne militari, giunse con le sue truppe provenendo dalla Pannonia sulle rive di un grande fiume distante sedici miglia da Aquileia. Il fiume era l’Isonzo e questa città rappresentava l’ultimo baluardo da oltrepassare prima di raggiungere la pianura padana e, in seguito, Roma.
Ma egli non trovò un ponte che gli consentisse di attraversare le acque di quest’impetuoso corso d’acqua, segnato sulla Tabula Peutingeriana –un’estesa carta stradale romana giunta sino a noi, in copia altomedievale- come fiume Frigidus, antico nome del Vipacco che confluisce nell’ Isonzo poco a valle. Gli aquileiesi lo avevano difatti demolito per arrestarne l’avanzata o per procrastinare il suo arrivo in città. Egli allora fece costruire un ponte di botti di legno, riuscendo ad attraversare il fiume nel momento di sua massima portata, per via dello scioglimento dei ghiacciai alpini. Raggiunta Aquileia, al termine di un estenuate assedio, Massimino il Trace trovò la morte per mano dei suoi stessi soldati.
Al di là di questo fatto storico, che già delinea la centralità di questo manufatto in rapporto al sistema viario romano, oggi si può solo immaginare quante genti siano transitate attraverso quest’antico nodo viario e quanta storia riposi celata dall’amenità bucolica del paesaggio locale.
Difatti, stanti i numerosi e fortuiti rinvenimenti di lacerti lapidei, nel 1933 si decise di intraprendere una campagna di scavo, in prossimità della locale chiesetta della Beata Vergine. In tale occasione furono messi in luce diversi muri di fondazione, oltre a una rimanenza di mosaico a tessere bianche e nere. I rilievi eseguiti al tempo hanno restituito una pianta delle fondazioni rinvenute, oggi abbastanza intelligibili anche dall’osservazione delle contemporanee foto satellitari, evidenziando la presenza di un edificio rettangolare con annesse alcune vasche semicircolari. Tale costruzione è generalmente identificata con la stazione itineraria (mansio) citata nella Tabula Peutingeriana con la notazione Ponte Sonti.
Il ponte faceva parte dell’asse viario Aquileia-colonia Julia Emona, costituente la più importante via di collegamento tra l’Italia e i territori danubiani. Probabilmente i romani riadattarono, rendendolo transitabile e atto alle loro esigenze di trasporto, un percorso protostorico che raggiungeva la Pannonia scavallando la barriera alpina in un punto di relativa modesta altezza: la via, attraversato l’Isonzo in direzione dell’attuale Slovenia, poco dopo si biforcava.
Un ramo traduceva sino al valico Ad Pirum, dopo aver toccato Castra, l’attuale Aidussina. Scendendo dal valico, le cui fortificazioni d’età romana sono ancora oggi ammirabili per lunghi tratti, toccava prima Kalce, poi Nauporto (l’attuale Vrhnika) e, infine, raggiungeva la colonia Julia Emona. L’altro ramo proseguiva verso il passo del Preval, oggi Razdrto, Präwald in lingua tedesca.
Il ponte sull’Isonzo si rivelò altresì cardinale in altri episodi di rilevanza storica.
Su di esso transitarono le truppe dell’usurpatore del trono dell’Impero romano d’Occidente, Flavio Eugenio, opposto nel 394 d.C. all’imperatore d’Oriente Teodosio I, nella battaglia del fiume Frigido, nota anche come ‘battaglia della bora’, dal nome del vento che, secondo alcuni cronisti, favorì i lanci dei dardi delle truppe di Teodosio a scapito del nemico. Questi, complici numerose diserzioni, conobbe disastrosa disfatta: si pensa che questa battaglia rappresentò l’estremo tentativo di diffusione del cristianesimo nell’impero e quindi nella futura Europa.
Pochi anni più tardi, nel 401 d.C., attraverso il ponte transitarono i Visigoti con al comando Alarico, determinato a invadere l’Italia e a costringere l’Imperatore d’Occidente Onorio a conceder loro un insediamento permanente. Dopo complesse vicende, nel 410 d.C. Alarico espugnò Roma per la prima volta nella sua storia, assediandola per tre giorni e saccheggiandola.
Lo stesso Attila, re degli Unni, attraversò il manufatto puntando su Aquileia nel 452 d.C., con le note conseguenze.
Ma un altro fatto storico di ragguardevole importanza e dettagliato in maniera approfondita dalle cronache del tempo cita il ponte sull’Isonzo.
Teodorico, re degli Ostrogoti, dopo esser salito nel 489 d.C. come leggenda vuole sul monte Nanos sopra il citato passo di Preval – che da allora si appellò anche monte Re – per prender visione dei suoi futuri possedimenti, scese nella piana alluvionale dell’Isonzo per iniziare la sua avanzata nella Penisola. Odoacre, generale sciro al comando delle milizie germaniche in seno all’esercito imperiale, fu inviato per fermare Teodorico ma questi, in prossimità del ponte sul fiume, riuscì a prevalere grazie alla sua cavalleria più agile e meglio armata che, approfittando anche di alcuni guadi, principiò una manovra di accerchiamento ai danni di quella dell’avversario, composta da veterani invitti ma pesantemente armati. La ritirata fu pronta, ma per Odoacre ciò non rappresentò altro che l’inizio della sua fine ravennate.
Anche i Longobardi di Alboino attraversarono il ponte, durante la calata del 568 d.C.: in prossimità dell’attuale chiesetta della Beata Vergine Maria, dalla strada romana si dipanava un ulteriore percorso che traduceva sino a Forum Julii -l’attuale Cividale- ove questi si sarebbero poi diretti, per vergare un nuovo capitolo della storia d’Italia.
Proprio nei muri di questa chiesetta che fu ritrovata a fine ‘800 come materiale di reimpiego un’ara di pietra anepigrafe, recante la raffigurazione di una divinità fluviale. Ed è ancora in prossimità di questo piccolo edificio sacro, ricostruito nella forma attuale dopo l’immenso turbine bellico, che nel 1922 si rinvenne un’epigrafe del III secolo d.C. con la quale ‘Sacro all’Isonzo, Lucio Barbio Montano, primo centurione, sciolse un voto di buon grado a giusto titolo‘.
Oggi i basamenti dei possenti pilastri del ponte riposano al di sotto delle acque e del greto del fiume ed eccezionalmente si rivelano per brevi periodi, mentre le piatte campagne della Mainizza celano i resti della strada e della mansio, dimentichi delle vicissitudini che per lunghi secoli hanno reso quest’angolo di Friuli un punto strategico estremamente importante, vera e propria soglia da e per l’Italia.


 

Farra d'Isonzo