edificio della torre piezometrica – Aurisina

edificio della torre piezometrica – Aurisina

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Inoltrandosi nella landa carsica in prossimità della torre piezometrica di Aurisina, facilmente riconoscibile dalla strada statale costiera per via della sua mole, dopo un breve tragitto attraverso la macchia si ritrova un edificio costituito da bassi muri a secco in pietra locale a blocchi squadrati.
Individuata nei primi anni ’70 del secolo scorso, questa costruzione ha da subito attratto l’interesse degli studiosi che, a seguito d’alcune indagini, vi hanno rinvenuto diversi materiali, tra cui frammenti d’anfora, laterizi e alcuni resti di manufatti ceramici.
Il posizionamento di questo edificio, sito in prossimità dello spettacolare ciglione carsico, ha dapprima fatto propendere per una sua caratterizzazione come villa della prima romanizzazione locale.
La datazione dei reperti rimanda infatti all’età repubblicana del primo secolo a.C.; tuttavia, il sistema costruttivo dell’edificio è riferibile verosimilmente a tecniche di tipo protostorico, impiegate dalle popolazioni autoctone anche in piena età romana, che prevede  l’allestimento di basamenti in muratura a secco come sostegno ad alzati realizzati in materiale deperibile, oltre al partizionamento interno del fabbricato in un limitato numero di vani.

Difatti l’edificio di compone di quattro ambienti, di cui uno presenta una pavimentazione lastricata in pietra calcarea, mentre di particolare interesse è un piccolo corridoio, nel cui muro è ricavato un focolare.
Lo stato conservativo del manufatto ne permette una certa riconoscibilità e la sua suggestiva collocazione panoramica rappresenta ulteriore spunto per una visita.

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il castelliere di Elleri

il castelliere di Elleri

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Circa tremila e cinquecento anni separano i giorni nostri dal periodo in cui il Castelliere di Elleri, sito sulle alture di Muggia, è stato abitato dalle genti dell’età del bronzo.

Ed è recentissima la riqualificazione del sito in cui è ubicato.

Impressionante il suo sistema murario, munito probabilmente d’una torre, a difesa di un abitato di capanne pavimentate in argilla. Probabilmente fu importante punto strategico anche in epoca romana, durante la quale venne pesantemente rimaneggiato e di cui pervengono alcune testimonianze.

A breve distanza dal castelliere si trova un’interessante necropoli della prima età del ferro, unico esempio di questo tipo rinvenuto sul territorio di Trieste, sebbene di difficile interpretazione complessiva, stanti le varie compromissioni imputabili al succedersi delle vicissitudini storiche e ambientali.

Qui, una descrizione esaustiva del sito.

il teatro romano di Trieste

il teatro romano di Trieste

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Pietro Nobile nacque Nel 1776 a Campestro, in Canton Ticino e fu architetto molto attivo fra Trieste e Vienna, ove diresse la scuola di architettura.

Esponente di spicco della sensibilità neoclassica in voga all’epoca, progettò a Trieste la nota chiesa di Sant’Antonio Nuovo, in pieno borgo teresiano, all’estremità del Canal Grande.

A lui, inoltre, si deve la prima individuazione del teatro romano della città, avvenuta nei primi anni dell’800.

Il manufatto venne costruito fronte mare e nel corso dei secoli fu poi via via ‘colonizzato’ dalle costruzioni abitative, che lo inglobarono definitivamente, preservandolo così dalla corruttela del tempo e da eccessive spoliazioni.

Nel 1938 lo si riportò definitivamente alla luce, come si può osservare in questa foto del tempo.

Fonte Timavi

Fonte Timavi

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Il lacus Timavi, rappresentato nella Tabula Peutingeriana.

Il toponimo Fonte Timavi, come già fece notare la dott.ssa Bertacchi, archeologa già direttrice del Museo Archeolgico Nazionale di Aquileia, è una denominazione che è possibile far riferire all’antica mansio romana insistente in epoca imperiale sulla via Gemina (?), oggi racchiusa nel complesso dell’acquedotto del Randaccio.

La Tabula Peutingeriana, inserita nell’elenco delle Memorie del Mondo dell’UNESCO, è una copia bassomedievale di un antico stradario militare dell’Impero romano.

Deve il suo nome a Konrad Peutinger, antiquario e umanista formatosi a Roma e a Padova, che ereditò la mappa dal bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I d’Absburgo, Conrad Celtis.

Conservata presso l’Hofbibliothek di Vienna, ha acquisito anche il nome di Codex Vindobonensis (324), dalla denominazione romana della capitale austriaca.

La dignità topografica riservata sulla carta alla Fonte Timavi è del tutto parificabile a quella della vicina Aquileia: in epoca calssica la zona del lacus deve aver di certo rivestito un ruolo cardinale come nodo viario, commerciale e strategico.