Riparte il Progetto Scuole, alla scoperta dell’antico Lacus Timavi

Riparte il Progetto Scuole, alla scoperta dell’antico Lacus Timavi

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Anche quest’anno l’associazione culturale Lacus Timavi propone agli Istituti Scolastici del territorio una serie d’iniziative volte alla conoscenza della storia e dell’archeologia locale.

Quest’edizione propone come novità una serie di Percorsi attivi al Museo della Cantieristica di Monfalcone, recente fiore all’occhiello tra i poli museali regionali.

Clicca qui per conoscere l’iniziativa completa

Modulo di prenotazione

Sunto sull’edizione precedente

referente di progetto: Piera Mauchigna   mob.: (+39) 345 927 53 69 |  info@lacustimavi.it

 

 

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si conclude al Mitreo di Duino il Progetto Scuole 2017

si conclude al Mitreo di Duino il Progetto Scuole 2017

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Si conclude al Mitreo di Duino, con una visita riservata agli studenti del primo anno del Liceo Scientifico Buonarroti di Monfalcone, il ciclo d’incontri riservato alle scuole locali e volto a far conoscere storia, meraviglie archeologiche e ‘segreti’ dell’antico lacus Timavi.

Dopo dieci giornate d’incontri, declinate sia sul racconto in aula, sia sulla visita diretta al territorio, il progetto ha visto la partecipazione di quasi trecento studenti, provenienti da diversi Istituti di Monfalcone, Staranzano e Gradisca d’Isonzo.

Ringraziamo tutti i docenti che hanno voluto aderire all’iniziativa e il supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, congiuntamente al Comune di Monfalcone, che ha messo a disposizione alcune strutture.

L’interesse suscitato ci suggerisce di riproporre tale iniziativa anche nel prossimo futuro, sotto la professionale conduzione di Piera dell’associazione Lacus Timavi, sempre nel solco del racconto sul territorio locale ai futuri eredi della sua memoria.

prosegue il ‘Progetto Scuole 2016-2017’

prosegue il ‘Progetto Scuole 2016-2017’

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Giovedì 9 marzo, alla Scuola Primaria ‘Amelio Cuzzi’ di Monfalcone , si è svolta un’attività speciale, dedicata alla storia e l’archeologia del territorio monfalconese anticamente conosciuto come Lacus Timavi .

Le classi quinte, grazie a supporti multimediali predisposti dall’operatrice Piera dell’associazione, hanno dapprima scoperto la storia romana e le diverse rilevanze archeologiche del territorio, quindi approfondito tematiche come le divinità e i commerci legati alla zona.

In conclusione ogni partecipante ha realizzato un modellino raffigurante il Lacus Timavi o un aretta votiva ispirata a reali reperti rinvenuti sul territorio.

I bambini hanno risposto con curiosità ed entusiasmo soprattutto nella parte teorica esponendo diverse domande durante la presentazione e divertendosi poi nel laboratorio pratico.

L’esperienza, completamente gratuita, fa parte di un insieme di percorsi tematici raggruppati nel progetto dell’associazione ‘Alla scoperta dell’antico Lacus Timavi’ in atto fino maggio 2017, dedicato alla scuole primarie e secondarie del territorio e supportato dalla Fondazione cassa di risparmio di Gorizia.

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il ‘Progetto Scuole’ nel dettaglio

Sanudo; Monfalcone; associazione culturale Lacus Timavi; Friuli Venezia Giulia

 

archeoelogica, una rassegna tra storia locale e futuro digitale

archeoelogica, una rassegna tra storia locale e futuro digitale

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– 30 novembre; 2 e 3 dicembre 2016 –

archeoelogica è un ciclo d’incontri di tre giornate e suddiviso su due tematiche, declinate sulla conoscenza del patrimonio storico e archeologico della regione Friuli Venezia Giulia, con particolare riferimento a quella porzione di alto Adriatico corrispondente oggi al territorio del monfalconese. Le due aree tematiche proposte sono quella denominata Archeo, in cui sono approfonditi argomenti di grande attualità nel campo dell’archeologia classica e quella denominata Logica, dedicata in particolare all’innovazione digitale. Innovazione digitale qui interpretata anche come contemporaneo strumento per lo sviluppo della conoscenza della storia del nostro territorio. Promozione e conoscenza capaci di coinvolgere le nuove generazioni, per le quali sono previsti due incontri a tema: orientamento alle nuove professioni e percorsi di alternanza scuola-lavoro.

per tutte le informazioni sull’evento: www.archeoelogica.it

San Giovanni di Duino

San Giovanni di Duino

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In questa magnifica foto proveniente dall’archivio Puschi di Trieste si può notare l’abitato di San Giovanni di Duino, ancora intatto dagli insulti della Grande Guerra.

La chiesa presenta una torre campanaria diversa da quella odierna ed esistono ancora le strutture del molino ‘Americano’, su una delle bocche del Timavo, a brevissima distanza dalla chiesa.

origini etimologiche del nome Timavo

origini etimologiche del nome Timavo

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Riportiamo un interessante passo sulle origini etimologiche del nome ‘Timavo’, tratto da ‘Storia di Venezia’ di Giovan Battista Pellegrini, professore di glottologia all’università di Padova e Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca.

<<Il Timavo è assai celebre fin dall’antichità, dato che fu anche divinizzato; si notino anche le attestazioni epigrafiche: Ti. Poppai Ti.f. Temavo, C.I.L., 12, 2195 (Aquileia); Temavo voto (suscept) o (128); Ποταμὸν τὸν Τίμαυον, Poseidonio in Strabone, V, 215; gen. Timavi, Virgilio, Bucolica 8, 6 e Georg. 3, 475, Aeneis, 1, 244; ad lacum Timavi, Livio, XLI, 1 e 2 e altre numerose attestazioni classiche.

Pare corrispondere a S. Giovanni di Duino in Tuba.

Non si può del tutto escludere una connessione etimologica tradizionale col nome locale carnico Timàu e col Temavus divinizzato anche in una aretta di Montereale Cellina (C.I.L., 12, 2667; I.I., X, 4 nr. 318) (129) .

I tentativi di collegamento etimologico sono assai incerti, v. A. Karg (130) e H. Krahe (131), ove si cita generalmente il riscontro assai incerto con Tim-achus, fiume nella Moesia sup. e Τίμαϰον (Tolomeo, III, 9, 4). Ma è difficile attribuire un significato al tema *tim-/*tem-.>>

la villa della Punta

la villa della Punta

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Sull’Insula Clara più orientale, quella della ‘Punta’, fu indagata negli anni settanta l’omonima villa risalente all’età tardorepubblicana.
Sul cortile centrale della villa si affacciavano circa una trentina di vani di diversa destinazione d’uso.

Alla parte residenziale era difatti affiancata quella rustica, in cui -come farebbero supporre il ritrovamento di una macina in pietra calcarea e dei montanti di un torchio- si lavorava l’olio.

E probabilmente anche il vino.

Tra il Villaggio del Pescatore e Duino era difatti coltivato il Pucinum, particolarmente apprezzato anche da Livia, moglie dell’imperatore romano Augusto, già frequentatrice delle antiche terme, site sull’Insula Clara di Sant’Antonio.

Altri vani fanno supporre che vi si lavorasse il pesce.

Da questa villa proviene il famoso mosaico dei due delfini affrontati a un tridente che ora è conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di‪ Aquileia

In questa foto inedita, concessa gentilmente alla nostra associazione dall’archivio della professoressa Marisa Bernardis, si può notare il pavimento mosaicato di un vano della villa, ricoperto da un velo d’acqua, nei giorni dell’indagine.

A breve distanza sarà poi rinvenuta la barca romana, anch’essa conservata ad Aquileia, probabilmente facente parte delle pertinenze di quest’antica e articolata dimora.

lacus Timavi; villa della Punta; Marisa Bernardis

glagolitico, a San Giovanni in Tuba

glagolitico, a San Giovanni in Tuba

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San Giovanni in Tuba, sito leggendario alle fonti del ‪Timavo, aggrega in una sorta di Wunderkammer elementare il sacro al fantastico, rappresentando da secoli un vero riferimento sia per le genti stanziali, sia per quelle di passaggio attraverso questo naturale crocevia.

Alla distruzione patita dall’edificio sacro durante il primo conflitto bellico fu messo mano nel 1949, con un restauro che durò quasi sei anni, durante il quale le superstiti decorazioni barocche furono rimosse, permettendo così ai sottostanti frammenti degli affreschi medievali di rivedere la luce.

Tra le testimonianze devozionali lasciate dai viandanti in siffatto luogo di culto, spiccano i graffiti che l’archeologa Brigitta Mader ha scoperto e indagato durante una sua campagna di studi.

Tra questi, una scritta in caratteri probabilmente glagolitici, parzialmente leggibile situata sull’arco trionfale, d’estremo interesse per meglio comprendere non unicamente la centralità dell’edificio di culto, ma anche i confini della zona di diffusione dell’utilizzo di quest’antico alfabeto slavo.

Dagli studi della Mader emerge come le prime tre lettere (č,f,l), seguite da una ‘o’ parzialmente intelligibile, stiano a indicare una data: 1550.
Anno in cui un viandante che conosceva quest’antica scrittura, inventata dai santi Cirillo e Metodio nel IX secolo,volle lasciare segno del suo passaggio.

In foto, una ricostruzione grafica della scritta rinvenuta nella chiesa di San Giovanni.

Marin Sanudo

Marin Sanudo

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Adsit omnipotens deus
Marini Sanuti Leonardi filij patricij veneti itinerarium cum syndicis Terre firme

Così recitava nell’anno 1483 l’incipit del volume ‘Itinerario di Marin Sanudo per la terraferma veneziana’, che il cronista scrisse su un viaggio compiuto nei territori della Repubblica di Venezia, seguendo l’iter percorso dagli Auditori delle Sentenze.

Il loro compito, quali magistrati giudiziari, era la verifica dell’operato dei Rettori al governo delle città della Serenissima e il suo successivo resoconto alla Quarantia Civil Nova, uno dei massimi organi costituzionali.

Una terraferma veneziana via via più estesa.

Difatti a Venezia, fino all’arrivo dei Turchi attorno alla metà del ‘400, poco importava d’altro che non fosse il grande controllo dei traffici marittimi. E il vettore principale dei commerci era da sempre rappresentato dal Mediterraneo.

La scoperta dell’America determinò lo spostamento dell’importanza delle rotte commerciali dal Mediterraneo orientale, di tradizionale controllo veneziano, a quello occidentale, sotto l’egida della Spagna: dal 1492 in poi, il potere effettivo della Serenissima inizia il suo periodo di declino, in stretta correlazione con l’importanza che il Nuovo Mondo stava progressivamente acquisendo.

Il mare di prima non era più la fortuna definitiva per ‪‎Venezia, che intuì subito l’importanza dell’entroterra, iniziando a considerarlo come terra vergine di conquista.

Le energie produttive, da quel momento in poi, divennero parzialmente quelle fornite dal mondo agricolo e lo stretto controllo anche giuridico di questa ‘nuova’ fonte di sussistenza, slegata dai commerci, diveniva dunque centrale.

solchi carrai

solchi carrai

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I dettagli tecnici restituiti dalle strade romane presenti nella zona del lacus Timavi ci restituiscono misure pressoché costanti in tutti i tronconi superstiti sin oggi esaminati.

I solchi carrai paralleli sono profondi mediamente 10 cm, a volte 15, e distano sempre circa 110 cm tra loro.

La natura della roccia in cui sono scavati a volte ne ha permesso la conservazione, mentre in altri casi l’erosione naturale ha contribuito alla loro cancellazione. Ove non siano arrivati gli stravolgimenti dovuti al conflitto bellico.

I tratti osservabili oggi sono circa otto, tra i quali meritano menzione:

– quello che va dal terzo ramo delle risorgive del ‪Timavo, puntando al cimitero di S.Giovanni. Diversi i rinvenimenti archeologici del luogo: l’urna cilindrica già illustrata in precedenza, una tomba a inumazione col fondo in cotto, andata distrutta, che a sua volta ha restituito frammenti di una lucerna e un bicchierino di bronzo

– quello parallelo alla carrareccia che da Medeazza conduce a Ceroglie e che s’interrompe in prossimità del confine di Stato. I solchi carrai puntano verso l’esteso castelliere di Brestovizza, a testimonianza del fatto che in età romana siano stati utilizzati dei percorsi d’epoca precedente

(nella foto scattata da E. Faraone, le operazioni di rilievo metrico dei solchi carrai)

Pietro Kandler

Pietro Kandler

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Pietro Paolo Kandler fu ricercatore, scrittore, notabile e avvocato triestino e fu lui a disegnare questa tavola, recante come data il 10 luglio 1864.

Con una certa fedeltà, riportò su carta il paesaggio antico e la viabilità romana tra Ronchi dei Legionari e Duino.

Da notare il ponte romano di Ronchi, sito a breve distanza da un mausoleo. Divesrsi i ‘castellari’ riportati come semplici accenni rotondeggianti; ben altra è la dignità topografica riservata al ‘Castro Romano’, svettante sul lago di Iamiano e noto oggi come il Castellazzo di Doberdò.

Sull’Isola di Sant’Antonio, oltre alle Terme, è messa in risalto la presenza del tempio dedicato al Santo, mentre in corrispondenza della scomparsa isola di Belforte è ubicato un faro.
(Kandler, 1864, tav. II)

in Tuba

in Tuba

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La suggestiva chiesa di San Giovanni, sita presso le polle di risorgiva del Timavo, è contraddistinta dal noto toponimo ‘in Tuba’.
Questo termine di primo acchito sembrerebbe derivare dal latino ‘tumba’, riconducibile alla presenza di un sepolcreto nell’area, o da ‘tuba’ nel senso di ‘tromba’.

Ma la ‘tromba’ non risulta tra le caratteristiche del Santo.
E quindi si può pensare che tale accezione derivi più dalla credenza popolare che vede suonata nell’Apocalisse la Tromba del Giudizio: tuba mirum spargens sonum.

E forse proprio in ossequio a questa tradizione che molti notabili locali elessero il camposanto prossimo alla chiesa a loro definitiva dimora, in attesa della Resurrezione.

Franco Crevatin, professore di etnolinguistica all’Università di Trieste, asserisce invece che la toponimia derivi dal basso latino ‘tuba’, ma non nel senso di ‘tromba’ ma in quello di ‘condotto naturale o artificiale delle acque’, sinonimo di ‘tubus’.

Questa derivazione appare evidente –come indicano i suoi studi- anche in molte lingue romanze: zube, dal tedesco svizzero derivato dal dialetto romanzo, indica la condotta di una fontana; tou, in lionese, significa condotta sotterranea, acquedotto; Fantova (Spagna) deve il suo nome a Fonte Tuba, che, in aragonese, è divenuta toba, ossia buco nella roccia..

Il parallelo con le acque di risorgiva del Timavo par dunque evidente.

i legni della Serenissima

i legni della Serenissima

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‘Unum lignum nostri Comunis quod est in Arsena, quod nihi valet nisi pro disfaciendo, valoris solidorum grossorum ut dicunt patroni Arsenatus, absque ferramentis grossis, pro aptacione dictarum riparum’ (ASVE, Avogadria di comun, reg.22).

La destinazione a diverso uso di scafi ormai vetusti, soprattutto con finalità di pubblica utilità e assistenza, rientrava nelle concessioni e ‘grazie’ che il Maggior Consiglio deliberava a favore delle comunità del Dogado della Serenissima.

Nella frase sopra riportata si attesta la concessione dello scafo di un’imbarcazione destinata alla demolizione, spogliata delle sovrastrutture e delle parti metalliche, per essere utilizzato come cassaforma a consolidamento dell’argine di un canale.

Una pratica diffusa per riutilizzare le opere morte di molte imbarcazioni, la cui vita sovente non superava il decennio.

Probabilmente con formula simile venne deliberato il reimpiego di uno o più legni per consolidare il perimetro del deposito di sedimenti in prossimità della foce del Timavo, su cui nell’anno 1284 sarebbe sorto il fortilizio veneziano noto con il nome di ‘Belforte’.

(carta di Giovanni Antonio Magini, Venezia, 1620)