il castello di Belforte

a.D. 1483

Pochi anni prima della scoperta delle Americhe, il cronista veneziano Marin Sanudo sta descrivendo il suo viaggio compiuto nei territori della Repubblica di Venezia, al seguito degli Auditori delle Sentenze, il cui compito, quali magistrati giudiziari, consisteva nella verifica dell’operato dei Rettori al governo delle città di terraferma e il successivo resoconto alla Quarantia Civil Nova, uno dei massimi organi costituzionali.

Terraferma -quella veneziana- che stava diventando via via più estesa.

Difatti a Venezia, fino all’arrivo dei Turchi attorno alla metà del ‘400, poco importava d’altro che non fosse il grande controllo dei traffici marittimi. E il vettore principale dei commerci era da sempre rappresentato dal Mediterraneo.

Belforte e caput Adriae
Belforte alla foce del Timavo

La scoperta dell’America determinò lo spostamento dell’importanza delle rotte commerciali dal Mediterraneo orientale, di tradizionale controllo veneziano, a quello occidentale, sotto l’egida della Spagna: dal 1492 in poi, il potere effettivo della Serenissima inizia il suo periodo di declino, in stretta correlazione con l’importanza che il Nuovo Mondo stava progressivamente acquisendo.
Il mare di prima non era più la fortuna definitiva per Venezia, che intuì subito l’importanza dell’entroterra, iniziando a considerarlo come terra vergine di conquista.
Le energie produttive, da quel momento in poi, divennero parzialmente quelle fornite dal mondo agricolo e lo stretto controllo anche giuridico di questa ‘nuova’ fonte di sussistenza, slegata dai commerci, diveniva dunque centrale.

Ed è proprio durante questo viaggio che il Sanudo soggiorna e descrive Monte Falcone, prima d’imbarcarsi su una peota alla volta di Cao d’Istria, distante XXV miglia, salpando dal fiumicello delle Fontanelle.

Ma, al momento di salpare, il tempo volge al peggio.
Decide così, assieme ad altri compagni di viaggio, di percorrere le due miglia veneziane di mare che separano la zona di San Giovanni da uno scoglio che troneggia al centro della foce del Timavo, raggiungendolo con una piccola imbarcazione.
Uno scoglio sul quale campeggiano ancora le rovine di un antico castello veneziano, di base circolare, detto Belguardo, un tempo unito alla terraferma da un ponte.

Timavo; Alberto Puschi
foce del Timavo

Il ‘murmur de mar’ muta in fortunale e l’antico castello è opportuno riparo, in attesa che una ben più stabile peota raccolga la compagnia.
La mattina successiva la spedizione riparte alla volta di Capodistria, con un Sanudo che rimira da lontano la ‘Trieste di l’Imperador’.

Una singolare vicenda che vede protagonista un’esemplare costruzione militare veneziana.
Difatti i veneziani, per presidiare un punto strategico del Golfo, controllando sia le mosse del patriarcato che quelle della contea di Gorizia, edificarono nel 1284 questo castello nei pressi del passo di barca del Locavaz, con un’ingegnosa opera idraulica.
Il cui compito era quello di spiare le mosse avversarie ma anche di farsi notare. Anche per controllare i ribelli triestini, che avevano solo l’anno precedente voltato le spalle alla Dominante.

‘Unum lignum nostri Comunis quod est in Arsena, quod nihi valet nisi pro disfaciendo, valoris solidorum grossorum ut dicunt patroni Arsenatus, absque ferramentis grossis, pro aptacione dictarum riparum’ (ASVE, Avogadria di comun, reg.22).
La destinazione a diverso uso di scafi ormai vetusti, soprattutto con finalità di pubblica utilità e assistenza, rientrava nelle concessioni e ‘grazie’ che il Maggior Consiglio deliberava a favore delle comunità del Dogado della Serenissima.

Nella frase in lingua latina sopra riportata si attesta la concessione dello scafo di un’imbarcazione destinata alla demolizione, spogliata delle sovrastrutture e delle parti metalliche, per essere utilizzato come cassaforma a consolidamento dell’argine di un canale.
Una pratica diffusa per riutilizzare le opere morte di molte imbarcazioni, la cui vita sovente non superava il decennio.
Probabilmente con formula simile venne deliberato il reimpiego di uno o più legni riempiti di pietrame e fatti affondare ‘longe a terra plus jactu Machinae vel Ballistae’ –cioè a un tiro di balestra, grossomodo al centro della foce del Timavo- per creare uno scoglio artificiale su cui, successivamente, fu edificato il castello di Belforte.

Un parallelo con l’elevazione e il consolidamento di questo scoglio può esser fatto con l’isola di San Marco in Boccalama, nella laguna sud di Venezia
In questa regione lagunare, difatti, negli anni ’60 fu individuato un antico isolotto sommerso alla bocca del Lama, corso d’acqua appartenente al delta del Brenta. Le attività successive di rilievo e scavo permisero di rinvenire due antiche imbarcazioni, reimpiegate come casseri di colmata per rialzare le rive dell’isola, che vedeva le proprie coste continuamente erose e minacciate dalle alte maree.
Le indagini svolte sulle imbarcazioni ne rivelarono successivamente la loro natura: si trattava di una rascona, cioè un mezzo adibito al trasporto e caratterizzato dal fondo piatto e di una galea a fine carriera, di una lunghezza di ben 38 metri. Questa era una barca ‘statale’ che, dopo una vita tecnica d’una quindicina d’anni, poteva esser rivenduta o donata per scopi d’utilità pubblica.
Imbarcazioni, queste, splendidamente conservate nell’opera viva grazie all’azione protettrice del limo, che le ha consegnate al contemporaneo dopo sette secoli di paziente riposo.

Tornando al Belforte, le fonti fanno riferimento a una o tre barcacce, affondate in loco e utilizzate con la medesima finalità. Risulta ora suggestivo immaginare come un luogo oggi inglobato dalla terraferma a seguito di impaludamento e bonifiche, possa celare una storia poco dissimile da quella di Boccalama.

L’archeologo triestino Pietro Kandler, durante le sue ricerche della prima metà dell’800 che ci restituiscono una visione bucolica della zona, ipotizza che l’isolotto successivamente consolidato fosse in realtà, prima dell’intervento veneziano, sede di un faro a guardia del porto endolagunare, chiuso tra il promontorio del Pucino e la minore delle due Insulae Clarae.

Uno sguardo alla vita castellana rimanda all’asprezza dei tempi, quando al comandante era possibile unicamente tenere una piccola taverna per conto della Repubblica e gli approvvigionamenti giungevano via mare, visto che il ponte che congiungeva l’isolotto alla terraferma durò ben poco e fu demolito a seguito dei trattati di pace tra la Dominante e il Patriarcato. Un sistema di macine a mano provvedeva alla molitura del grano, necessario all’autosufficienza durante i periodi d’assedio.

L’autosufficienza dei questa struttura militare era di primaria importanza, visto anche il numero delle milizie coinvolte, che potevo superare le cento unità, cui si assommavano il capitano, il notaio e due servitori.
D’uno di questi ci giunge notizia dagli Atti denominati Senato Misti, in data 27 aprile 1335, ove si dispone che un tal ‘Zanino Papaziza, povero e con numerosa famiglia possa essere stipendiato in Belforte col salario di lire dieci di piccoli al mese’. Aprovvedere alle paghe della guarnigione era incaricata la città di Capodistria che periodicamente inviava per mezzo di un messo, via mare, il salario.

Questo forte rappresenta dunque un interessante microcosmo e testa di ponte della Serenissima, e la sua natura anfibia riserva un’avvincente storia ancora da raccontare, dal limitare delle marine impaludate che gradualmente hanno sostituito l’antico lacus litoraneo.

Sanudo; Monfalcone