incontro: ‘La Baia degli Uscocchi nel Lacus Timavi’ | venerdì 15 giugno

incontro: ‘La Baia degli Uscocchi nel Lacus Timavi’ | venerdì 15 giugno

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l’associazione culturale Lacus Timavi  assieme all’
Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia e The Propeller Club Port of Monfalcone
col Patrocinio del Comune di Monfalcone
venerdì 15 giugno alle ore 18.30, presso il Palazzetto Veneto di via Sant’Ambrogio 12 – Monfalcone

presentano l’incontro

‘LA BAIA DEGLI USCOCCHI NEL LACUS TIMAVI’

interverranno il giornalista Alex Pessotto

e l’autore del libro ‘La baia degli Uscocchi’, Pio Baissero

ingresso gratuito – seguirà vin d’honneur

1585: mentre il conflitto tra veneziani e ottomani sembra attenuarsi, in una piccola città dalmata si dispiega la vicenda narrata nel testo. Una storia di predoni che, da quel luogo,  si affacciano sul “Golfo di Venezia”, come allora veniva chiamato l’Adriatico perché appunto di esclusivo e geloso dominio della Serenissima.
Sono pirati che assaltano navi mercantili svuotandole del  carico senza esitare di  uccidere comandanti e marinai.
Autori di questi misfatti sono gli uscocchi : profughi in fuga dal profondo dei Balcani ormai diventati dominio dei turchi. Una popolazione di fuggiaschi alla ricerca di un ruolo, di una sistemazione, trovandola alla fine nella più rischiosa e illecita tra le attività umane, ovvero quella della pirateria:  una dolorosa spina nel fianco di Venezia, già sulla via del tramonto per la crescente importanza delle nuove rotte atlantiche e per la sfibrante  rivalità con l’Impero d’Austria.
Poco o niente serve la flotta  della Repubblica di San Marco per annientare i pirati uscocchi i quali, di proposito, evitano ogni scontro frontale per agire con devastanti e inattese azioni diversive. Azioni basate su loro indubbie e specifiche qualità: conoscenza della navigazione, temerarietà, forza fisica, disponibilità di un porto sicuro e di barche lunghe e agili, capaci di affrontare il mare anche  nelle condizioni climatiche più avverse.  […]

Protagonisti e avvenimenti di questo racconto sono solo in parte opera di fantasia. L’immaginazione è presente, ma sempre integrata da prove ricavate da libri, manoscritti, lettere e documenti d’epoca che ho trovato, dopo anni di ricerca, presso istituzioni pubbliche e private a Trieste e, soprattutto, presso l’Archivio di Stato di Venezia.

Nota sull’autore:
Pio Baissero è stato docente in Istituti Tecnici e cultore della materia giuridica ed economica all’Università degli Studi di Udine. Direttore dell’Accademia Europeista del Friuli Venezia Giulia, si occupa di storia europea e dell’Alto Adriatico. Ha pubblicato numerosi saggi e un romanzo storico dal titolo “Galia, nobili e plebei sulle navi della Lega Santa” vincendo, nel 2015, il premio letterario nazionale “Città di Sisto V”.

comune di Monflacone; Friuli Venezia Giulia


 

edificio della torre piezometrica – Aurisina

edificio della torre piezometrica – Aurisina

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Inoltrandosi nella landa carsica in prossimità della torre piezometrica di Aurisina, facilmente riconoscibile dalla strada statale costiera per via della sua mole, dopo un breve tragitto attraverso la macchia si ritrova un edificio costituito da bassi muri a secco in pietra locale a blocchi squadrati.
Individuata nei primi anni ’70 del secolo scorso, questa costruzione ha da subito attratto l’interesse degli studiosi che, a seguito d’alcune indagini, vi hanno rinvenuto diversi materiali, tra cui frammenti d’anfora, laterizi e alcuni resti di manufatti ceramici.
Il posizionamento di questo edificio, sito in prossimità dello spettacolare ciglione carsico, ha dapprima fatto propendere per una sua caratterizzazione come villa della prima romanizzazione locale.
La datazione dei reperti rimanda infatti all’età repubblicana del primo secolo a.C.; tuttavia, il sistema costruttivo dell’edificio è riferibile verosimilmente a tecniche di tipo protostorico, impiegate dalle popolazioni autoctone anche in piena età romana, che prevede  l’allestimento di basamenti in muratura a secco come sostegno ad alzati realizzati in materiale deperibile, oltre al partizionamento interno del fabbricato in un limitato numero di vani.

Difatti l’edificio di compone di quattro ambienti, di cui uno presenta una pavimentazione lastricata in pietra calcarea, mentre di particolare interesse è un piccolo corridoio, nel cui muro è ricavato un focolare.
Lo stato conservativo del manufatto ne permette una certa riconoscibilità e la sua suggestiva collocazione panoramica rappresenta ulteriore spunto per una visita.

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POMERIGGIO AL MUSEO | visita guidata gratuita al Museo Archeologico della Laguna di Marano

POMERIGGIO AL MUSEO | visita guidata gratuita al Museo Archeologico della Laguna di Marano

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Domenica 28 gennaio 2018 l’associazione cultrurale Lacus Timavi propone una visita guidata AD INGRESSO GRATUITO al Museo Archeologico della Laguna di Marano, condotta dalla dott.ssa Paola Maggi, sua curatrice. La visita, della durata di un’ora circa,  inizierà alle ore 15 e, date le dimensioni del Museo, sarà possibile accogliere un massimo di 40 persone.
Il Museo, ospitato nel palazzo Centro Civico, ubicato nel centro storico di Marano, custodisce oltre 500 manufatti rinvenuti in varie località delle lagune di Marano e Grado e nella fascia costiera retrostante.
I reperti esposti, risalenti ad epoche che vanno dall’età neolitica al Rinascimento, accompagnati da mappe, ricostruzioni di oggetti fedeli agli originali e da filmati, permettono di ripercorrere le tappe più significative della vita insediativa della laguna e di confrontare le varie trasformazioni paesaggistiche subite dal territorio circostante nel corso dei secoli.
All’interno del Museo è attualmente ospitata anche la mostra ‘Il senso della scoperta’, che vuole ricordare i primi 10 anni del Museo stesso e che ospita alcuni oggetti recentemente consegnati alla Soprintendenza, per il tramite del Museo, da parte di privati: si tratta di asce in bronzo, anfore, vasi da mensa e cucina e palle di cannone, andando così a coprire un arco temporale che va dall’età del bronzo fino agli inizi dell’ ‘800.
Si consiglia anche, condizioni meteo permettendo, di visitare la Riserva Naturale della Valle Canal Novo, situata accanto al centro storico.
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informazioni:
(+39) 345 249 05 10
info@lacustimavi.it
Museo Archeologico della Laguna di Marano
iniziativa patrocinata da:Club per l'UNESCO di Udine
Saturnalia, Opalia e il Timavo

Saturnalia, Opalia e il Timavo

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Strabone, geografo greco di Amasya del primo secolo dopo Cristo, nel raccontare la zona del Timavo ci parla di un luogo ascrivibile a un lucus, o bosco sacro, rigoglioso e intimamente legato a una dimensione selvaggia e quasi primordiale.

Quest’aspetto sacrale era collegato in Grecia al culto di Apollo e rimandava all’età dell’oro, come anche ricordato da Virgilio nella quarta Bucolica (tu modo nascenti puero, quo ferrea primum/ desinet ac toto surget gens aurea mundo,/casta fave Lucina; tuus iam regnat Apollo).

E tale caratteristica è propria di Saturno, cui era dedicato un culto al Timavo.

Difatti, attorno agli anni ’50 del secolo scorso fu rinvenuto un mortarium in argilla [nella foto qui sopra], recante l’iscrizione Numen/Saturni impressa sull’orlo per quattro volte, di età tardo-repubblicana o protoaugustea, che rimanda direttamente al culto del dio delle semine.

la scritta numen/saturni, impressa per quattro volte

 

Le festività Saturnalia ed Opalia.

Le festività furono fissate dal 17 al 23 dicembre dall’Imperatore Domiziano per festeggiare Saturno e la sua sposa, la dea dell’abbondanza Opi. Le celebrazioni ricordavano l’età dell’oro vissuta dagli uomini, quando Saturno regnava sulla terra. I romani credevano che in questo periodo le divinità Sturno, Plutone e Proserpina uscissero dal sottosuolo e vagassero sulla terra portando l’inverno assieme al gelo sulla terra. Per fermare la brutta stagione dovevano essere rabbonite con offerte e feste in loro onore. Durante i saturnalia gli uffici e le scuole erano chiusi, non si iniziava e non si continuavano le guerre, tutte le attività che non riguardassero i festeggiamenti erano vietate. La tradizione voleva che il sole morisse in prossimità del solstizio d’inverno (fissato per il 25 dicembre), quando si giunge all’accorciarsi della notte e a un lento allungarsi del giorno. Il sole rinasce quindi più potente (Sol Invictus o Sole Invitto), quasi come un Dio bambino con l’inizio dell’anno nuovo.

Le città venivano addobbate con nastri, ghirlande e fiaccole, per sette giorni le persone si scambiavano doni e organizzavano grandi banchetti dove potevano partecipare anche gli schiavi. Infatti si ricordava un’epoca in cui non esistevano leggi, guerre e differenze sociali, quindi gli schiavi perdevano il loro status di sudditanza e divenivano liberi. Si racconta di casi con veri e propri scambi di ruolo fra padrone e schiavo.

Un princeps nominato ad estrazione organizzava le feste e i banchetti, non dimenticando il gioco d’azzardo, che era proibito durante il resto dell’anno.

Chi era Saturno?

Prima dell’influenza greca che si fuse ai culti romani, Saturno era una delle divinità  chiamate Numina, cioè potenze senza miti o storie. Esso proteggeva i campi e le sementi. Solo più tardi Saturno sarà collegato alla figura di Crono della civiltà greca.

La leggenda lo lega strettamente al popolo e al territorio italico, in quanto dopo la sua cacciata per mano di Giove, Saturno si stabilì proprio sul territorio donando la conoscenza dell’agricoltura agli uomini. Il suo regno porterà pace e ricchezza, denominato poi come età dell’oro. Egli diverrà dunque un eroe civilizzatore, per cui il suo culto sarà molto importante anche all’estremità dell’Impero.

Nella zona del Timavo furono presenti diversi culti come Ercole, la Spes Augusta, Temavus, Mithra e Saturno.

I giorni di festa nell’antica Roma

17 dicembre | La città veniva decorata con nastri fiori e ghirlande: si ornavano soprattutto le edicole degli dei e le vie della città venivano popolate da mercatini, danzatori e giocolieri. L’inizio dei festeggiamenti avveniva con rito del ‘lectisternium’: veniva organizzato un banchetto dove i commensali ospitavano le dodici divinità maggiori, gli si offriva del cibo chiedendo protezione e prosperità per Roma e i suoi cittadini. Poi si proseguiva con una processione fino al tempio di Saturno, dove avvenivano sacrifici di animali in onore della divinità. Ovunque c’erano ricchi banchetti e gli invitati si scambiavano auguri e piccoli doni, in questi banchetti veniva eletto il ‘Princeps’ che gestiva i festeggiamenti.

18 dicembre | Secondo giorno di festeggiamenti, grandi banchetti in onore di Saturno dove venivano invitate molte persone, inclusi gli schiavi.

19 dicembre | Terzo giorno, dedicato a Opi, sposa di Saturno, dea dell’abbondanza e protettrice del raccolto: a lei si chiedevano grazie e si dedicavano voti.

20 dicembre | Quarto giorno, i romani si scambiavano piccole statuette di terracotta, bronzo o cera dette ‘Sigillaria’. Esse venivano offerte ai Lari (spiriti protettori) della casa o come dono al dio Saturno. Saturno era legato al mondo degli inferi, quindi era quasi uno scambio che gli uomini offrivano al dio in cambio della loro anima; quasi uno scongiuro alla propria morte.

21 dicembre | Quinto giorno, la città si riempiva di visitatori che partecipavano ai festeggiamenti e approfittavano delle bancarelle per acquistare ricordi, vesti e ninnoli.

22 dicembre | Sesto giorno, continuano i festeggiamenti nell’ Urbe.

23 dicembre | Settimo giorno, si ringraziavano nuovamente le divinità con banchetti e processioni. I festeggiamenti finivano al tramonto.

a cura di Piera Mauchigna

 


 

Lucio Barbio Montano e l’aretta votiva all’Isonzo

Lucio Barbio Montano e l’aretta votiva all’Isonzo

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Aesontio
sacr(um)
L(ucius) Barbius Montan(us)
p(rimus) p(ilus)
v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito)

Sacro all’isonzo, Lucio Barbio Montano, primo centurione, ha sciolto un voto di buon grado a giusto titolo

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Isonzo; Soča; pons Sontii; Mainizza
l’aretta votiva, conservata presso il Museo Archeologico di Aquileia

 

L’antico nome dell’Isonzo (Aesontius) è documentato da questa epigrafe, studiata dall’archeologo Giovanni Battista Brusin e rinvenuta nel 1922 in località Mainizza, sulla riva dell’Isonzo, in prossimità del grande ponte romano che in quel punto lo attraversava.
L’altra epigrafe che ne riporta il nome è stata rinvenuta nel 1989, presso San Pier d’isonzo.

Il Brusin, aquileiese, negli anni ’20 fu direttore del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia e iniziò gli scavi al foro e al porto dell’antica metropoli romana.

> il pons Sontii

> il grande ponte romano sull’Isonzo: una galleria d’immagini

 

Sanudo; Monfalcone; associazione culturale Lacus Timavi; Friuli Venezia Giulia

Sant’Antonio Abate (17 gennaio)

Sant’Antonio Abate (17 gennaio)

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L’iconografia su Sant’Antonio Abate (Coma, 251 – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357) ci riporta il mistico egiziano -considerato iniziatore del monachesimo cristiano e primo degli Abati- in compagnia di un maiale, recante al collo un campanellino. E la ragione di questa presenza animale è presto spiegata.

Sant Antonio Abate
Sant’Antonio Abate

Nell’anno 1070, Guigues Disdier e Jocelyn Châteauneuf, originari dell’antica provincia francese del Delfinato, tradussero da Costantinopoli le reliquie di Sant’Antonio sino al villaggio francese di La Mothe-au-Bois.

Le reliquie rappresentavano rimedio e balsamo contro il cosiddetto fuoco sacro o male degli ardenti, detto anche ergotismo, da ‘Ergot’, un fungo parassita delle graminacee. In particolare, il pane fatto con la segale contaminata dal fungo, portava all’intossicazione di chi lo assumeva, cagionando sia spasmi di natura compulsiva e allucinatoria, sia veri e propri effetti di cancrena delle estremità.

Si trattava dunque di un male terribile, del quale alcuni sintomi correlati potevano essere assimilati a quelli dell’herpes zoster (da qui, la denominazione di fuoco di Sant’Antonio, attribuita comunemente alla nota infezione virale).

In nord Europa, dove il parassita fungino era molto diffuso, si contraeva spesso la malattia, veicolata dal pane fatto con la segale.

Man mano che i pellegrini in cerca di sollievo dalla malattia si dirigevano verso i luoghi di culto dedicati al Santo, nel sud dell’Europa, si nutrivano sempre più spesso di pane prodotto con il grano, godendo di un progressivo beneficio, ricondotto al potere guaritore delle reliquie.

Il nobile Guigues de Didier diede disposizione di edificare, nel villaggio francese di La Motte, una chiesa che potesse accogliere queste sacre reliquie, tutelate dai benedettini dell’abbazia di Montmajour.

Tali monaci, nel 1088, furono incaricati dell’assistenza religiosa dei pellegrini e, parallelamente, fu fondata una confraternita per fornire assistenza fisica ai tormenti della malattia. Tale confraternita mutò poi nell’Ordine dei Canonici Antoniniani.

Per diretta concessione del Papa, a tale Ordine fu permesso di allevare maiali, con il cui grasso si lenivano le stimmate dei malati colpiti fuoco di Sant’Antonio.

Maiali allo stato brado, che davano segnale della propria presenza grazie alla campanella che portavano al collo.

Sant Antonio dei Bagni
Sant’Antonio dei Bagni, in una mappa settecentesca

Sulle antiche mappe della Regione, in prossimità delle Terme Romane di Monfalcone, un edificio sacro d’epoca seicentesca, di pianta rettangolare e di modeste dimensioni, risulta sovente indicato come S. Antonio dei Bagni, eretto in prossimità di uno dei due antichi isolotti che delimitavano la laguna litoranea del lacus Timavi dal mare aperto.

Il culto del Santo è probabilmente da attribuire alla necessità delle genti del luogo di benedire il bestiame –fonte di sostentamento primaria- per scongiurare malattie ed epidemie.

Difatti, ogni 17 gennaio, in corrispondenza della festa di Sant’Antonio Abate, gli abitanti del circondario monfalconese si recavano in processione votiva a questa chiesetta, portandosi appresso gli animali.

Attilio Dessabo
Attilio Dessabo e il primo restauro della statua

In quest’edificio vi erano tre altari, come riportato nella documentazione riguardante la visita patriarcale del 1660, di cui il principale era occupato dalla statua del Santo.

Dopo alterne vicende, l’edificio fu bombardato nel 1917 e quasi raso al suolo: la statua lignea del Santo fu così trasferita a Monfalcone e, attorno alla metà degli anni trenta, restaurata pazientemente da Attilio Dessabo. Oggi è possibile ammirarla presso la nuova chiesa del SS.Redentore, restituita all’antico splendore da un ulteriore e recente intervento conservativo.

Il 17 gennaio 2016 è stata benedetta, presso le Terme di Monfalcone, la nuova edicola dedicata al Santo: un’iniziativa di grande importanza simbolica come cenno di forte continuità con la storia locale e la tradizione.

 

 

Fata

Fata

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Che cosa indusse Octavia Sperata a ringraziare i Fata, nella cui divinità si dipanava il Destino, apponendo forse in prossimità della grotta del Diavolo Zoppo, sulla perduta isola di Sant’Antonio, un’aretta votiva recante l’epigrafe Fatis?

E quale destino ha seguito questa scritta dedicatoria, involatasi pure dagli indici epigrafici, come la parola pronunciata dalla divinità?

Il fascino di questi rinvenimenti indiziari diviene ancor più appassionante alla luce degli spunti puramente antiquari sulla presenza di un Ninfeo alle bocche del Timavo, o semplicemente considerando le varie tracce epigrafiche riferibili alla frequentazione a fini curativi e sacrali del complesso termale.

Difatti  sono dello speleologo triestino Ettore Boegan, appassionato studioso del mondo ipogeo e tra i fondatori della speleologia moderna, i primi rilievi condotti sulla scomparsa grotta del Diavolo Zoppo, in prossimità delle terme.

Un luogo ritenuto da leggende locali, dimora di esseri delle sorgenti cui –forse – Octavia Sperata sciolse il voto.

E ciò lo si può evincere dall’epigrafe trascritta nella prima metà del ‘700 su ‘Le Antichità di Aquileia’, dal canonico Gian Domenico Bertoli , appassionato studioso dell’antica metropoli romana:

 

Fata; Octavia Sperata; Ottavia Sperata
epigrafe scomparsa di Octavia Sperata, su ‘Le Antichità d’Aquileia’

 

San Giovanni di Duino

San Giovanni di Duino

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In questa magnifica foto proveniente dall’archivio Puschi di Trieste si può notare l’abitato di San Giovanni di Duino, ancora intatto dagli insulti della Grande Guerra.

La chiesa presenta una torre campanaria diversa da quella odierna ed esistono ancora le strutture del molino ‘Americano’, su una delle bocche del Timavo, a brevissima distanza dalla chiesa.

origini etimologiche del nome Timavo

origini etimologiche del nome Timavo

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Riportiamo un interessante passo sulle origini etimologiche del nome ‘Timavo’, tratto da ‘Storia di Venezia’ di Giovan Battista Pellegrini, professore di glottologia all’università di Padova e Socio corrispondente dell’Accademia della Crusca.

<<Il Timavo è assai celebre fin dall’antichità, dato che fu anche divinizzato; si notino anche le attestazioni epigrafiche: Ti. Poppai Ti.f. Temavo, C.I.L., 12, 2195 (Aquileia); Temavo voto (suscept) o (128); Ποταμὸν τὸν Τίμαυον, Poseidonio in Strabone, V, 215; gen. Timavi, Virgilio, Bucolica 8, 6 e Georg. 3, 475, Aeneis, 1, 244; ad lacum Timavi, Livio, XLI, 1 e 2 e altre numerose attestazioni classiche.

Pare corrispondere a S. Giovanni di Duino in Tuba.

Non si può del tutto escludere una connessione etimologica tradizionale col nome locale carnico Timàu e col Temavus divinizzato anche in una aretta di Montereale Cellina (C.I.L., 12, 2667; I.I., X, 4 nr. 318) (129) .

I tentativi di collegamento etimologico sono assai incerti, v. A. Karg (130) e H. Krahe (131), ove si cita generalmente il riscontro assai incerto con Tim-achus, fiume nella Moesia sup. e Τίμαϰον (Tolomeo, III, 9, 4). Ma è difficile attribuire un significato al tema *tim-/*tem-.>>

la villa della Punta

la villa della Punta

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Sull’Insula Clara più orientale, quella della ‘Punta’, fu indagata negli anni settanta l’omonima villa risalente all’età tardorepubblicana.
Sul cortile centrale della villa si affacciavano circa una trentina di vani di diversa destinazione d’uso.

Alla parte residenziale era difatti affiancata quella rustica, in cui -come farebbero supporre il ritrovamento di una macina in pietra calcarea e dei montanti di un torchio- si lavorava l’olio.

E probabilmente anche il vino.

Tra il Villaggio del Pescatore e Duino era difatti coltivato il Pucinum, particolarmente apprezzato anche da Livia, moglie dell’imperatore romano Augusto, già frequentatrice delle antiche terme, site sull’Insula Clara di Sant’Antonio.

Altri vani fanno supporre che vi si lavorasse il pesce.

Da questa villa proviene il famoso mosaico dei due delfini affrontati a un tridente che ora è conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di‪ Aquileia

In questa foto inedita, concessa gentilmente alla nostra associazione dall’archivio della professoressa Marisa Bernardis, si può notare il pavimento mosaicato di un vano della villa, ricoperto da un velo d’acqua, nei giorni dell’indagine.

A breve distanza sarà poi rinvenuta la barca romana, anch’essa conservata ad Aquileia, probabilmente facente parte delle pertinenze di quest’antica e articolata dimora.

lacus Timavi; villa della Punta; Marisa Bernardis

il podestà Francesco Nani

il podestà Francesco Nani

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Nell’anno 1433, dopo tredici anni di dominio veneto sul territorio locale,  il podestà Francesco Nani fu inviato a Monfalcone come rappresentante della Cancelleria Pretoria della Serenissima.
La formazione giuridica di questa figura era supportata da una preparazione prettamente romanistica, comprovata dalla presenza di un Corpus iuris civilis che ne accompagnava costantemente l’operato.

Un operato che spaziava anche nel campo puramente amministrativo, sovrintendendo anche agli approvvigionamenti alimentari dalla città, alla sanità e alle acque.

E in tal ottica va interpretata la lapide in figura, detta appunto ‘del Nani’, conservata oggi presso l’orto lapidario del Palazzetto Veneto di‪  Monfalcone.

Difatti il Magnificus Praetor, oltre alle strutture portuali, provvide a rendere nuovamente fruibile la fonte termale delle antiche terme romane, dopo lunghi secoli d’oblio, le cui acque erano convogliate in una cisterna appositamente costruita.

Un riutilizzo che, con alterne vicende, si è protratto fino ai giorni nostri.

Tale lapide riporta un’iscrizione che ricorda gli interventi sul porto e sui ‘bagni’: <<Magnificus Praetor Nani Franciscus amator Justitiaeque bonis, et amarus et hostis iniquis Justos dilexit, cunctos dulcissime rexit Falconis Montis portum renovando salutis Hic fundavit opus felix memorabile cucntis mundavit foveam studiose fere corruptam Balnea construxit iam perdita digne reduxit Unde parit fructus splendens sua maxima virtus – Millesimo quadringentesimo trigesimo tertio>>.

Tradotto:  <<Il Magnifico Podestà Francesco Nani, amante della giustizia e delle cose buone e acerrimo nemico delle ingiustizie, governò Monfalcone con rettitudine per la delizia dei giusti restaurando il porto, grato a tutti rafforzò le mura, scavò con diligenza i fossati quasi interrati, costruì i bagni, corresse benignamente quanto corrotto, ecco gli splendenti frutti della sua virtù – anno 1433>>.

Qui sopra, un significativo passo dal ‘Trattato sopra la costituzione geognostico-fisica dei terreni alluvionali o postdiluvionali delle Provincie Venete’ di Tommaso Antonio Catullo, dottore in medicina e professore di storia naturale presso l’università di Padova (anno 1838).

glagolitico, a San Giovanni in Tuba

glagolitico, a San Giovanni in Tuba

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San Giovanni in Tuba, sito leggendario alle fonti del ‪Timavo, aggrega in una sorta di Wunderkammer elementare il sacro al fantastico, rappresentando da secoli un vero riferimento sia per le genti stanziali, sia per quelle di passaggio attraverso questo naturale crocevia.

Alla distruzione patita dall’edificio sacro durante il primo conflitto bellico fu messo mano nel 1949, con un restauro che durò quasi sei anni, durante il quale le superstiti decorazioni barocche furono rimosse, permettendo così ai sottostanti frammenti degli affreschi medievali di rivedere la luce.

Tra le testimonianze devozionali lasciate dai viandanti in siffatto luogo di culto, spiccano i graffiti che l’archeologa Brigitta Mader ha scoperto e indagato durante una sua campagna di studi.

Tra questi, una scritta in caratteri probabilmente glagolitici, parzialmente leggibile situata sull’arco trionfale, d’estremo interesse per meglio comprendere non unicamente la centralità dell’edificio di culto, ma anche i confini della zona di diffusione dell’utilizzo di quest’antico alfabeto slavo.

Dagli studi della Mader emerge come le prime tre lettere (č,f,l), seguite da una ‘o’ parzialmente intelligibile, stiano a indicare una data: 1550.
Anno in cui un viandante che conosceva quest’antica scrittura, inventata dai santi Cirillo e Metodio nel IX secolo,volle lasciare segno del suo passaggio.

In foto, una ricostruzione grafica della scritta rinvenuta nella chiesa di San Giovanni.

Marin Sanudo

Marin Sanudo

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Adsit omnipotens deus
Marini Sanuti Leonardi filij patricij veneti itinerarium cum syndicis Terre firme

Così recitava nell’anno 1483 l’incipit del volume ‘Itinerario di Marin Sanudo per la terraferma veneziana’, che il cronista scrisse su un viaggio compiuto nei territori della Repubblica di Venezia, seguendo l’iter percorso dagli Auditori delle Sentenze.

Il loro compito, quali magistrati giudiziari, era la verifica dell’operato dei Rettori al governo delle città della Serenissima e il suo successivo resoconto alla Quarantia Civil Nova, uno dei massimi organi costituzionali.

Una terraferma veneziana via via più estesa.

Difatti a Venezia, fino all’arrivo dei Turchi attorno alla metà del ‘400, poco importava d’altro che non fosse il grande controllo dei traffici marittimi. E il vettore principale dei commerci era da sempre rappresentato dal Mediterraneo.

La scoperta dell’America determinò lo spostamento dell’importanza delle rotte commerciali dal Mediterraneo orientale, di tradizionale controllo veneziano, a quello occidentale, sotto l’egida della Spagna: dal 1492 in poi, il potere effettivo della Serenissima inizia il suo periodo di declino, in stretta correlazione con l’importanza che il Nuovo Mondo stava progressivamente acquisendo.

Il mare di prima non era più la fortuna definitiva per ‪‎Venezia, che intuì subito l’importanza dell’entroterra, iniziando a considerarlo come terra vergine di conquista.

Le energie produttive, da quel momento in poi, divennero parzialmente quelle fornite dal mondo agricolo e lo stretto controllo anche giuridico di questa ‘nuova’ fonte di sussistenza, slegata dai commerci, diveniva dunque centrale.

solchi carrai

solchi carrai

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I dettagli tecnici restituiti dalle strade romane presenti nella zona del lacus Timavi ci restituiscono misure pressoché costanti in tutti i tronconi superstiti sin oggi esaminati.

I solchi carrai paralleli sono profondi mediamente 10 cm, a volte 15, e distano sempre circa 110 cm tra loro.

La natura della roccia in cui sono scavati a volte ne ha permesso la conservazione, mentre in altri casi l’erosione naturale ha contribuito alla loro cancellazione. Ove non siano arrivati gli stravolgimenti dovuti al conflitto bellico.

I tratti osservabili oggi sono circa otto, tra i quali meritano menzione:

– quello che va dal terzo ramo delle risorgive del ‪Timavo, puntando al cimitero di S.Giovanni. Diversi i rinvenimenti archeologici del luogo: l’urna cilindrica già illustrata in precedenza, una tomba a inumazione col fondo in cotto, andata distrutta, che a sua volta ha restituito frammenti di una lucerna e un bicchierino di bronzo

– quello parallelo alla carrareccia che da Medeazza conduce a Ceroglie e che s’interrompe in prossimità del confine di Stato. I solchi carrai puntano verso l’esteso castelliere di Brestovizza, a testimonianza del fatto che in età romana siano stati utilizzati dei percorsi d’epoca precedente

(nella foto scattata da E. Faraone, le operazioni di rilievo metrico dei solchi carrai)